Se risalgo in superficie, laggiù non ci torno più

22 ottobre 2017

“Se risalgo in superficie, laggiù non ci torno” è il pensiero che hanno avuto molti minatori la prima volta che sono scesi al fondo. Ma oggi il difficile è trovarli. In molti ormai sono mancati e quelli ancora in vita sono anziani, a volte infermi, o, in parecchi casi, vittime di quella ‘malattia della mina’, la silicosi, che rende il respiro corto e il racconto troppo faticoso. Gianluca Salustri però, è riuscito a rintracciarli nel suo paese, a mettere insieme i loro racconti attraverso un lavoro capillare tra testimoni diretti e alcuni discendenti, nel suo libro Pane e polvere. Storia, e storie, dei minatori di Capistrello. Lo scorso 3 giugno, il curatore di questo blog insieme all’autore, a Gianfranco Ricci che ha scritto la prefazione del libro e alla sociologa Eide Spedicato Iengo, hanno presentato la prima volta il libro di Gianluca nell’ambito dell’evento Degustazioni culturali d’Abruzzo.  Dopo quella presentazione altre ne sono seguite, mentre prosegue il tour dell’autore in tutto l’Abruzzo e ci si augura che valichi gli stessi confini regionali. Perché  il suo lavoro è paradigmatico. Da una lato opera una sorta di decantazione della memoria, asportando le scorie di una retorica appiccicosa e malinconica, che è stata spesso il contraltare di una gigantesca rimozione collettiva. Dall’altro prova a recuperare il senso complessivo di una ricerca dell’identità locale in una forma aperta, disposta all’ibridazione, mai arroccata in una presunta autosufficienza. Quella che segue è l’anticipazione della recensione del libro scritta da Eide Spedicato Iengo di prossima pubblicazione sulla Rivista Abruzzese.

di Eide Spedicato Iengo

Nel tempo del presente assoluto, disincantato, scarnificato (dell’adessità, come si dice con uno sgraziato neologismo) non è frequente imbattersi in pagine che sanno accompagnare in una storia. Gianluca Salustri in questo suo Pane e polvere raggiunge, invece, egregiamente questo obiettivo: il suo metodo di analisi e il suo linguaggio chiaro, esplicito, asciutto, lineare riescono a rendere partecipi delle vicende del suo paese, Capistrello, che ha legato il suo nome soprattutto al lavoro in galleria di generazioni dei suoi abitanti.

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Descrivere la periferia che ancora non c’è, Ennio Flaiano e la nascita del quartiere Talenti a Roma

23 settembre 2017

Scrutare i luoghi e le persone che ci vivono o ci stanno andando a vivere, leggendo il passare del tempo e le cicatrici che lascia, significa in primo luogo colloquiare con essi, osare una psicanalisi dei luoghi stessi. Nel caso delle città  e dei suoi luoghi, anche quelli che hanno perso la loro connotazione originaria, il rapporto con l’individuo è fatto di mille sfaccettature che riguardano tanto l’adattamento corporeo al contesto urbano quanto i processi identitari. Una città costringe fisicamente, una città piace o non piace, sia nelle sue componenti naturali che in quelle culturali. Ma standoci dentro, la città può essere osservata con profondità e distacco al tempo stesso, attraverso lo stesso atteggiamento descritto da Franco Arminio per i paesi: per parlarne bisogna starci dentro, occorre avere l’infiammazione della residenza, ma ci si deve anche sentire estranei. E’ proprio da questa feconda contraddizione interiore che alla fine degli anni ‘90 anno fa era nato questo blog, assumendo come ispirazione di fondo il Marziano che osserva dall’esterno (senza però restare alla fine bloccato a terra come era capitato a quello di Flaiano) e il legame che Ennio Flaiano aveva stabilito con Roma. Legame non solo con i luoghi centrali della ‘dolce vita’, ma anche con quelli periferici che verso la fine degli anni ’50 stavano sorgendo a ridosso della città consolidata. Affianco al quartiere Montesacro, dove lo scrittore ha vissuto dal 1953 al 1972. Fino ad ora però, il racconto che descrive compiutamente il sorgere e la stratificazione di un luogo, era stato solo accennato nella presentazione di questo blog come uno tra i motivi fondamentali che l’hanno ispirato. Ed è tipico nella solitaria peregrinazione fisica e intellettuale del flaneur, quale era tra le altre cose Ennio Flaiano, promuovere quei luoghi non tanto o soltanto in base a codici estetici o etici, descrivere solo i quartieri  di maggiore pregio architettonico o monumentale. Spesso la preferenza della flanerie può ricadere principalmente nei luoghi apparentemente insignificanti, nei nuovi quartieri sub urbani che stanno sorgendo. Tra questi alla fine degli anni ‘50 c’era il nascente quartiere Talenti di Roma, descritto da Ennio Flaiano in un articolo pubblicato il 17 dicembre 1957 su Il Mondo diretto da Mario Pannunzio, che qui sotto si riproduce integralmente.

Le strade del nuovo quartiere che stanno facendo sui campi della Nomentana sono dedicate a quegli scrittori che nelle storie della letteratura vengono messi in blocco nell’ultimo capitolo e trattati con affetto un po’ sommario. Vissuti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, di qualcuno i libri si ristampano, di altri no; e ora hanno le loro strade, come si conviene a scrittori di vita modesta; strette, la maggior parte, e piene di cur-ve. Meglio di niente. Io ci vado a spasso volentieri perché sono strade abbastanza deserte. Già bitumate, con case nuove che sprofondano tra i terreni di riporto, le  cantine ancora al sole, corrono tra le colline dei vecchi pascoli. Le targhe delle strade sono di legno, i marciapiedi di erba, sull’orlo dei fossati siede il pastore abruzzese a guardia del gregge. Lontano, il cacciatore spara agli storni e ai passeri: colpi fiochi che sembrano uno scherzo. Ogni tanto arriva un camion che ha scritto sulla cabina: “Forza Roma”, oppure: “Vado e torno Carolina: scarica terra e rifiuti, colmando i prati di montarozzi dove i cani dei cantieri vanno a rovistare, salendovi con l’aria da escursionisti.

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Il Festival di Sanremo dovrebbe invitare a cantare i lupi

19 maggio 2017

Dopo Sandro Abruzzese, a cui ho dedicato l’ultimo post del 16 maggio, un’altra figura che mi ha lasciato il segno ad Aliano nel 2014, durante il Festival della Paesologia La Luna e i Calanchi, è stata Claudia Fofi. Era intervenuta prima di me con una sua poesia ai parlamenti comunitari che si svolgevano nel corso del festival. All’inizio del mio successivo intervento, avevo faticato per concentrarmi su quello che avevo pensato di dire, perché dopo averla ascoltata, ero rimasto intrappolato in un altro pensiero dal quale non riuscivo a distogliermi. Mi era tornato alla mente il manuale di poesia del filosofo indiano Anandavardhana: come le Upanishad, affermava che il ritmo sonoro creatore non risiede nella parola comune, bensì nella «parola», e non oscilla nella parola «espressa», ma nell’«eco». Per questo filosofo poeta, il suono («dhvani») che si diffonde dal componimento poetico è l’anima della poesia. L’assolutamente inesprimibile può essere comunicato unicamente mediante il «dihvani». Da Claudia avevo percepito questo suono che vuole comunicare l’inesprimibile della poesia, la sua anima più profonda. Senza la quale non sarebbe nemmeno poesia. Ma Claudia è insieme cantautrice e autrice di testi, nelle sue esibizioni pubbliche ho intravisto una sorta di «teatro canzone», non proprio quello di Gaber e Luporini, ma qualcosa che gli assomiglia nella forma espressiva. Un esempio significativo si evince dal suo Concerto autobiografico. Ho chiesto a Claudia di raccontare la sua idea di voce naturale e di provare a descrivere l’insieme delle sue attività. Ha un sito web dal titolo eloquente, Voce Creativa.

di Claudia Fofi

Io vivo a Gubbio, in Umbria. Dove vivo io San Francesco ha incontrato un lupo, anzi una “perniciosa lupa”, secondo la tradizione, e l’ha convinta a non uccidere più. L’ha ammansita. Ma la cosa più bella è che poi il Santo ha lasciato l’animale in consegna al popolo di Gubbio, che se ne è preso cura fino alla sua morte. Il popolo dei miei antenati ha accolto quindi questa lupa ammansita, e non si è dimenticato di lei, non si è vendicato. La lupa  è morta di vecchiaia, come è giusto. Quando ero piccola si lasciavano le chiavi sulle porte e si giocava per strada. Non avevamo paura del lupo. I nostri genitori ci dicevano uscite fuori che abbiamo da fare in casa. E noi si andava in giro per le strade in bici, a farci male, a creare segreti, a cercare di crescere. Adesso tutti hanno paura di tutto. Se potessero ucciderebbero tutti i lupi in circolazione. Se venisse San Francesco in persona lo scaccerebbero, perché faceva paura, con quei vestiti stracciati e le sopracciglia cadenti e la faccia da matto. Nessuno direbbe diamo da mangiare al lupo, cioè educhiamolo all’amore. La mentalità chiusa e diffidente tipica dei paesi e delle piccole città umbre è stata sostituita da una mentalità televisiva, che è ancora più chiusa e diffidente. Perché le cittadine di provincia, se non muoiono come i paesi abbandonati, almeno apparentemente, vivono un’altra e forse più tetra morte. Vivono l’illusione di essere grandi, pensano che siccome c’è l’ipermercato allora siamo una città. Di quel popolo che salva il lupo non so cos’è rimasto. Di quel popolo capace di perdono. Non c’è più, perché non ci sono più i popoli. C’è gente che se ne va in giro smarrita e infelice a comprare roba. Anche il dialetto sta scomparendo, con le sue belle espressioni portate da voci che sanno di pietra, di terra, di fatica e malizia, di sensualità, intelligenza e senso del sacro. E anche le voci stanno sparendo, nel magma virtuale che sacrifica il noi in favore dell’io.

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Il Mezzogiorno sparso nel Settentrione

16 maggio 2017

Ho conosciuto personalmente Sandro Abruzzese nel 2014 ad Aliano durante la Festa della Paesologia La luna e i Calanchi, ma ci conoscevamo già a distanza in rete perché entrambi curiamo un blog, il suo è Racconti Viandanti. Nei confronti di Sandro, irpino di Grottaminarda e insegnante di storia e italiano in un liceo di Ferrara, ero debitore di un post dal 2015, ossia da quando avevo letto il suo libro Mezzogiorno Padano (con prefazione dell’antropologo Vito Teti) e ne avevamo concordato la recensione su questo blog. Ma sono pigro, distratto e spesso vengo travolto da impegni che si accavallano uno con l’altro. Ciò non significa però dimenticare del tutto, soprattutto se una lettura ti ha colpito nel profondo, ha stimolato temi a te cari. Come quello del restare o tornare in un luogo. E infatti, sul senso del suo libro, in una mail Sandro mi aveva scritto che “partire, restare, tornare, me lo sono ripetuto per anni. Quando approdai in Pianura Padana ero ancora uno studente e la sua scoperta fu sorprendente. Un mondo fatto di libertà, dinamismo, dove è possibile avverare, - se non i sogni, - di sicuro parte delle proprie aspirazioni (…)” aggiungendo che ” tra i molteplici temi di queste pagine, è emerso anche il senso di colpa di chi parte, di chi non fa ritorno e un po’ sente di aver abbandonato la propria terra (…) Mezzogiorno padano è il mio atto di amore per il Meridione e al contempo un’espiazione. È un modo per essere in più luoghi contemporaneamente, così da poter sognare di restare e ritornare.”.  Di recente Giuseppe Lipani, studioso di storia del teatro e ricercatore a contratto dell’Università di Ferrara e della Ca’ Foscari di Venezia, ha scritto una bella e ancora inedita recensione del libro di Sandro che volentieri pubblico di seguito.

di Giuseppe Lipani

Quanto Mezzogiorno ci sta dentro il Settentrione? Quanto se ne può versare? Tanto, se si tratta semplicemente di spargere vite qua e là come semi d’erba sparsi nel campo. Poco, se i semi devono attecchire e fare radici. Talmente poco, che viene da chiedersi se valga la pena questo scempio di sementi per un magro raccolto. Mezzogiorno padano di Sandro Abruzzese è un libro di racconti brevi, di quei libri che si leggono d’un fiato epperò che si possono distillare in lunghi respiri trattenuti. Perché sono racconti che fanno insieme un romanzo corale, voci che si chiamano e si rispondono, che non si negano il rimando, l’architettura nascosta, il fiume carsico che trasporta gli stessi detriti.

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La semplificazione che complica. Il caso della soppressione del Corpo Forestale dello Stato

19 aprile 2017

Fruttero & Lucentini nello spassoso-amarognolo La prevalenza del cretino, scrivono che “I nostri legislatori, governanti, politici, amministratori non si possono lavare come l’insalata dopo Chernobyl, decontaminare come il latte e i carciofi, isolare, mettere in quarantena, depositare in bidoni stagni sul fondo dell’oceano; né si può sperare che i venti li disperdano, li portino lontano da noi, verso terre remote. La nube resterà qui, spostandosi densa e solidale da un decreto all’altro, da una riforma all’altra, da un iniquo pasticcio all’altro. E noi, di sotto, a chiederci che cosa si aspetti a creare il club dei sette Paesi peggio amministrati del mondo”. Il mantra della semplificazione amministrativa e legislativa che vorrebbe ‘riformare’ l’organizzazione degli apparati dello Stato, è l’emblema delle riforme pasticciate e scritte male. Oltretutto spesso in mala fede, per i reali interessi e privilegi che si vanno a coprire e non a colpire. Tra l’altro, sembra che non si sia tratto alcun insegnamento, nemmeno da quei principi sul buon funzionamento della macchina amministrativa che l’antesignano Massimo Savero Giannini, come ministro della funzione pubblica nel 1979, aveva indicato nel suo famoso Rapporto sui principali problemi della amministrazione dello Stato. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una sorta di maratona forzata di vere e proprie controriforme che a livello organizzativo tendono a modificare il modello direzionale di tipo collegiale per spingerlo verso quello monocratico, riducendo quindi il ruolo degli organi collegiali e dei consigli di amministrazione (in contrasto con le moderne teorie del management), rischiando oggettivamente di produrre più guasti che benefici. E’ il caso della contestatissima riforma della legge quadro sui parchi nazionali in dirittura di arrivo alla Camera dei Deputati, che riduce le aree protette ad agenzie di sviluppo locale, quasi nuovi enti intermedi da amministrare secondo le logiche della politica locale. Dello stesso tenore un’altra ‘riforma’ appena concepita, quella sulla procedura per la  Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che già da una prima lettura presenta discutibili poteri discrezionali assegnati al ministro dell’ambiente. Poi esistono le ‘riforme’ portate a termine e già operative, con tutto il loro carico di conseguenze negative che già abbiamo sotto gli occhi. Il caso eclatante è rappresentato dalla soppressione del Corpo Forestale dello Stato e il suo accorpamento all’Arma dei Carabinieri. Il corpo contava circa 8.500 dipendenti in tutta Italia, specializzati nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, nella prevenzione e repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare. Oltre agli argomenti contrari delle associazioni ambientaliste, a nulla sono valse neanche quelle molto stringenti esposte dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, quando in audizione al Senato nel 2014, aveva provato a spiegare la forte contrarietà alla soppressione del Corpo forestale dello Stato “perché sarebbe come togliere all’autorità giudiziaria l’unico organismo investigativo in materia ambientale che dispone delle conoscenze, delle esperienze, del know-how e anche dei mezzi per poter smascherare i crimini ambientali”. A spiegare in modo più dettagliato le incongruenze e le conseguenze nefaste prodotte dalla soppressione del Corpo Forestale dello Stato ci pensa l’articolo che segue, scritto per il blog del Marziano da Maria Luisa Priori, architetto e consigliere della sezione romana di Italia Nostra.

di Maria Luisa Priori

Quando si tratta di temi riguardanti la tutela e la salvaguardia del territorio, si fa riferimento a principi non negoziabili che riguardano la salute e il benessere di un Paese, dei suoi abitanti e del suo paesaggio, e ne indicano il grado di civiltà e consapevolezza. Da questo punto di vista, per i compiti istituzionali che ad esso erano demandati, la soppressione del Corpo Forestale dello Stato ed il suo assorbimento all’Arma dei Carabinieri, è stata approvata senza particolari sussulti, con l’eccezione lodevole di qualche voce autorevole che ha provato a far sentire il suo motivato dissenso

Alla luce di un sostanziale vuoto informativo, appare più che mai opportuno chiarire il quadro delle conseguenze reali in atto, dovute all’approvazione di un simile provvedimento ‘semplificativo’. Frutto di una strategia legislativa parte dello stesso disegno, nei fatti a danno del territorio italiano e della nostra sicurezza ambientale e alimentare.

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