Oggi la concomitanza di due ricorrenze tragiche, l’uccisione di Peppino Impastato e quella di Aldo Moro, per me come credo per molti, assume da sempre una rilevanza particolare. Istintivamente, non certo per simpatia, sono portato a porre in risalto il ricordo di Peppino su questo blog, quest’anno l’ho fatto sulla pagina Facebook ad esso collegata e sul mio stesso profilo. I motivi di natura umana e politica sono diversi, più volte li ho enunciati e non voglio ripeterli. Ma tutto ciò non mi induce certo a sottovalutare l’altro evento tremendo di quell’anno, l’uccisione di Aldo Moro e dei suoi cinque uomini di scorta, che segnò in modo irreversibile la storia della Repubblica. In un post di alcuni fa, mi addentrai in un’analisi più articolata di quello che accadde, le sue conseguenze, i riflessi giudiziari, la figura di Aldo Moro; rimbalzò molto in rete, fece discutere e concorse ad un dibattito più ampio. Non mi interessa riproporlo, oggi mi preme invece sottolineare la particolare tensione vissuta nel mio liceo romano quel 9 maggio 1978: uno dei  politicamente più infuocati della capitale.

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«Se il lavoro vale meno economcamente e come collante sociale, anche la sinistra politica e le rappresentanze sindacali hanno le loro responsabilità e insieme, forse, l’onere della ricostruzione. Tornare a riconoscere il valore sociale del lavoro, è la prima missione di una classe politica che sappia davvero interpretare la novità del XXI secolo, e ricostruirne il valore economico è il progetto più moderno del quale possa dotarsi». Così scrive Marco Panara nel suo bel libro “La malattia dell’occidente” edito da Laterza nel 2011. Questo il compito sempre più urgente, così come lo è quello della ricostruzione di una sinistra all’altezza della situazione che da tempo non esiste più.

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Il 14 dicembre del 2011 venne presentato in Piazza del Duomo a l’Aquila il volume di Antonio Gasbarrini L’epopea aquilana del popolo delle carriole. All’avanguardia dell’indignazione hesseliana, Angelus Novus Edizioni. Nel corso della presentazione, fu proiettata la trilogia Mi fa male (nel DVD allegato al libro), diretto da Luca Cococcetta e interpretato da Manuele Morgese. Ho un ricordo ancora intenso di quella giornata vissuta a l’Aquila, la percezione netta della rabbia che mi circondava nella piazza, ma anche la determinazione che da questa nasceva per reagire e autoorganizzarsi: il popolo delle carriole è stato e resta l’esempio più significativo di quella capacità dimostrata dai cittadini aquilani. Ma ricordo anche l’emozione provata quando fu letta la poesia che apre il volume, scritta da Carmine Mancini, uno dei giovani nove martiri aquilani fucilati dai nazisti alle Casermette dell’Aquila nel settembre del 1943. A seguire riporto il testo della poesia, che è stata tradotta in francese quale omaggio a Stéphane Hessel, l’autore di Indignez-vous! e il trailer del docufilm di Luca Cococetta.

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Da ieri sera fino a stamattina, insieme ad articoli scontati del giornalismo mainstream, leggo commenti di alcuni utenti, su Fb come su Twitter, che anche solo per un attimo hanno provato a coniugare ‘latinoamericano’ con ‘teologia della liberazione’. Ovviamente restando un attimo dopo profondamente delusi. Io credo che realisticamente, guardando non tanto i papabili in pol position questi giorni, quanto piuttosto la composizione che il conclave è venuto assumendo in questi anni, non ci si poteva aspettare altro. Perchè un segno profondamente conservatore è stato impresso con la nomine - da Giovanni Paolo II al dimissionario Papa Ratzinger - di molti cardinali i quali, per la loro formazione teologica e pastorale, non sono certo accostabili nè alla grande esperienza di fede rappresentata dalla ‘teologia della liberazione’ in America latina (con le sue influenze attraverso il movimento dei ‘cristiani per il socialismo’ arrivate anche in Europa), ma nemmeno all’elaborazione dei vescovi d’Olanda che nel 1966 andò a sfociare nella pubblicazione del Nuovo Catechismo Olandese.

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La frase che da il titolo a questo post è tratta da Noi Europei, libro pubblicato per la prima volta nel 1935 che nelle  memorie di uno dei due autori principali, Julian S. Huxley, venne definito come un “bastone scientifico” tra le ruote di Hitler appena giunto al potere. Smascherare la pericolosa ambiguità del concetto di razza avrebbe infatti dovuto ostacolare la marcia della Germania nazista, sostenuta da un uso spregiudicatamente politico di dottrine razziali che ostentavano una presunta scientificità. Nato dalle diverse competenze di un gruppo di studiosi, tra i quali figurano non solo il biologo Huxley e l’esperto di classificazione e distribuzione geografica dei gruppi umani Alfred C. Haddon, ma anche il sociologo Alexander M. Carr-Saunders, l’antropologo Charles G. Seligman e lo storico della scienza Charles Singer, Noi Europei rappresentò la prima confutazione sistematica, svolta su basi biologiche e antropologiche, del concetto di razza che per molto tempo aveva dominato la lettura della diversità umana. Ripercorrendo in breve la storia di questo concetto, il testo mostra come la riscoperta delle leggi di Mendel avesse inaugurato, nel Novecento, una nuova era: tutto quanto si era pensato del vivente andava sottoposto a verifica e, a maggior ragione, un concetto controverso come quello di razza, specialmente se applicato all’uomo. Esattamente il contrario di quello che avrebbero voluto dimostrare i volenterosi cervelli arruolati dalle SS per costruire il mito della razza.

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Sono stato tra quelli che nel novembre del 2011, di fronte alla evidente e drammatica incapacità del governo Berlusconi in carica, ma anche del defilarsi delle forze di opposizione - dunque per responsabilità diverse di un’intera classe politica -,  aveva accolto come inevitabile la nascita dell’esecutivo guidato da Mario Monti. Con esplicito disincanto, senza farmi illusioni di sorta, sperando solamente che si potesse evitare un salto nel buio più cupo, senza ritorno. I ‘critici’ più a sinistra, già ideologiche cassandre all’epoca, naturalmente sostengono che nel baratro, per certi versi, ci siamo finiti ugualmente: è senz’altro vero dal punto di vista sociale, perchè i dati sulla disoccupazione sono sempre più allarmanti, la situazione economica complessiva resta a dir poco preoccupante. Soprattutto, nonostante qualche timido proposito programmatico dell’esordio (agenda digitale, intreccio tra innovazione tecnologica e nuove figure professionali, rilancio di politiche ambientali a difesa del territorio e sul regime dei suoli),  alla fine non si è saputo fornire al paese nemmeno un segnale minimo di inversione di rotta complessiva. Il nuovo bon ton, per quanto indubbiamente abbia restituito un’immagine degna a livello internazionale del nostro paese, di per se non è stato sufficiente.

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  • Kunt, il Marziano

  • Da "Un Marziano a Roma", di Ennio Flaiano

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Ennio Flaiano

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