Su Repubblica.it questi giorni è presente un video nel quale l’ex sottosegretario Borghezio,  ripreso in un documentario realizzato da Canal Plus, tiene una “lezione” ai neo fascisti francesi, sulle strategie dell’estrema destra europea. Superfluo qualsiasi commento, lo riporto sotto tratto da You Tube.

La cara amica Livia Biscuso, mi invia questo articolo tratto da “L’isola possibile”, rivista mensile siciliana allegata a Il Manifesto.  Riporto integralmente il pezzo, che è un pò lungo, ma data l’attualità e la gravità del problema (l’appropriazione delle risorse idriche), credo valga senz’altro la pena perdere qualche minuto per leggerlo.

“Una vicenda rappresentativa nelle mappe dell’appropriazione delle risorse idriche. Come viene trattato il disagio di Lipari e Salina, dove l’acqua, carente da sempre, rimane la più cara d’Italia. Gli accordi che vi fanno da sfondo, da Palermo a Roma. La stretta della Sogesid sulle isole.

Come era prevedibile, nella Sicilia della privatizzazione idrica, le anomalie, anziché esaurirsi con le gare d’appalto, in alcuni ATO con esiti da scandalo, presentano risvolti sempre più preoccupanti, mentre scorrono le vicissitudini di intere popolazioni che mancano dell’erogazione necessaria e pagano l’acqua più cara che in altre aree del paese. Gli ambienti interessati stanno provvedendo in effetti a porsi in regola, pagando l’obolo alla tradizione, facendo cioè i conti fino in fondo con i grovigli di poteri, legali e non solo, che serrano i territori. Gli equivoci del presente si fondono in sostanza con quelli del passato, con corrispondenze più o meno perfette. Le cose non potevano andare del resto diversamente. Lungo i decenni che hanno preceduto la legge Galli, la gestione dell’acqua nell’isola, curata dall’EAS e dalle municipalizzate, non è stata mai propriamente pubblica, chiamando bensì in causa interessi forti e consorterie di ogni tipo. I clamori giudiziari che hanno interessato l’ente regionale medesimo, dallo scandalo Gunnella alle tangenti dell’Ancipa, ne danno conto. La nuova situazione, già riprovevole per il declassamento del bene comune acqua a merce, nell’isola sta finendo comunque con il peggiorare le cose oltre ogni misura. E per saggiarne le atmosfere, lungo gli ambiti territoriali, è il caso di prendere le mosse dalle isole Eolie, dove, sulla scena convulsa dell’emergenza idrica convergono realtà influenti, a partire da una potente società di diritto pubblico: la Sogesid spa.

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Giorni fa, sistemando alcune vecchie riviste in casa, è saltata fuori una monografica dedicata a New York che comprai poco dopo l’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001. Riguardando la sequenza agghiacciante di immagini che tutti abbiamo visto, ho ripensato alla sensazione di sconforto e incredulità che ebbi rientrando nel tardo pomeriggio a casa, accendendo la televisione…non sembrava nemmeno un attentato terroristico, piuttosto l’inizio di una guerra. Man mano che pervenivano le notizie e si andava delineando il quadro di ciò che realmente era accaduto, cominciai, credo come molti, a fare una serie di supposizioni incrociate con le prime informazioni “ufficiali”. Ma ricordo, sopratutto, una mezza discussione che la sera ebbi con mio padre al telefono: il suo primo commento a caldo fu “questi si sono autobombardati”. Naturalmente alludeva ad ipotetiche responsabilità dei “servizi”, in combutta con l’allora ammistrazione Bush.  E comunque, apriti cielo! Di fronte a quello che al sottoscritto, anche indipendentemente dalle motivazioni politiche e internazionali,  era apparso, in se, come un gesto profondamente perverso, accusai mio padre di cinismo e  “antiamericanismo” d’accatto, di fantapolitica. Per quanto istintivamente sempre contrario alle politiche di Bush (ma anche di altre precedenti amministrazione statunitensi), non sono mai stato  e continuo a non essere “antiamericano”, -  perchè questo “anti” esprime l’ostilità verso un popolo intero e non le ragioni, storicamente accettabili, che, nel bene e nel male, possono aver caratterizzato e caratterizzano concetti come “antifascismo”, “anticomunismo”, “antisemitismo”… - , in quel momento avevo visto solo la tragedia immane  e la ferita micidiale inferta ad un popolo intero, ma non solo, viste le diverse

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Guardiamo raramente la tv in casa, se capita la sera dopo cena e comunque sul tardi…il trash di cui ormai è satura, che non suoni snobistico, ci tiene decisamente distanti. E distanti sentiamo anche le fiction che si susseguono in questi anni, tranne quella sul Commissario Montalbano di cui, quando è stato possibile, abbiamo seguito qualche episodio.  A questa, ci sentiamo di aggiungere solo quella dedicata ad Alcide De Gasperi, interpretata dal bravo Fabrizio Gifuni.

Domenica 15 e lunedì 16 marzo, è andato in onda su Rai1 “Pane e libertà”,  sulla vita del padre del sindacalismo italiano, Giuseppe Di Vittorio. Confesso, che all’inizio temevo l’ennesima fiction edulcorata e dalle prime sequenze, ho perfino temuto che avessero mutuato qualche impostazione scenografica dall’indimenticabile Novecento di Bertolucci, probabilmente nell’intento mal celato di conferire una forza evocativa al film televisivo. Invece no, superate le prime diffidenze, ho dovuto ricredermi. Non solo per la bravura dell’interprete principale Pierfrancesco Savino, ma anche per l’indiscutibile profilo umano del personaggio che si è voluto mettere in risalto, la sua vita straordinaria, insieme alla fedeltà verso il contesto storico nel quale ha operato Giuseppe Di Vittorio. Questo dirigente politico e sindacale assolutamente atipico, che alla sua appartenenza politica al PCI, ha sempre anteposto i diritti e la dignità dei lavoratori. Sopra ogni cosa, pure contro la disciplina di partito. E infatti, si evincono bene dal film le sue posizioni “eretiche”, in contrasto con Togliatti, prima e durante il fascismo, rispetto alla politica condotta dall’Unione Sovietica…così come successivamente, nel 1956, sui tragici avvenimenti in Ungheria. Ciò che ancora oggi colpisce del personaggio, è la sua intransigente difesa dell’autonomia del mondo del lavoro dalla politica, l’affermazione di un senso dell’emancipazione sociale libera (per quanto fosse possibile) dai condizionamenti dei partiti politici. Come valore in se. Una linea di pensiero, che lo attraverserà fin dagli esordi della sua attività in difesa dei diritti dei “cafoni” pugliesi - che non abbandonerà mai nel pensiero e nell’azione -, fino a quando verrà eletto nel 1945 segretario generale della CGIL.

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Riporto il comunicato degli amici del movimento Noi siamo Chiesa, sulla recente lettera che Benedetto XVI ha inviato ai vescovi di tutto il mondo . In questi ultimi tempi, mi viene spesso da pensare a quante contrapposizioni (insieme ad unl rinascente forte anticlericalismo) stia continuamente generando questo papa nella società.  Come si ricorderà, il 19 aprile di due anni fa, al momento della sua proclamazione, Joseph Alois Ratzinger, si autodefinì  “l’umile servo nella vigna del Signore”, lasciando addirittura sperare alcuni in una sua possibile conversione come autentico Pastore della Chiesa di Dio. In realtà, non solo è rimasta intatta l’impronta di quando era il prefetto della “Congregazione per la dottrina della fede”, ma, a mio avviso, si è perfino irretito nel suo nuovo ruolo.

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  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.