Non mi occupo mai in questo blog di Berlusconi e delle polemiche attorno alla sua persona. Perchè ritengo, come scrivo nella pagina iniziale Lessico civile, che una della priorità nel nostro paese sia quella di ricostruire un tessuto culturale e civile realmente sano a libero, compito che non può essere demandato solo alla classe politica. Senza prescindere da quest’ultima, ma nella consapevolezza che devono riabilitarsi nella società altre forze autonomamente, per dispiegare tutte le potenzialità che, nonostante tutto, ancora esistono negli interstizi. Il problema serio però, è il soggetto sociale, l’attore principale che dovrebbe farsi carico di questo compito immane. Perchè ha ragione Goffredo Fofi nella rubrica che cura su l’Unità, Quando eravamo un popolo,  dove si chiede “Come è stato possibile che quest’umanità si sia trasformata nella inamabile, spesso francamente detestabile umanità di adesso? Dalla grazia alla sguaiataggine, come è stato possibile che si sia caduti così in basso, e che nulla sembri restare del calore, della simpatia degli italiani di allora? L’esame di coscienza dovrebbe essere collettivo (…)”   Dunque, anche per questo motivo, credo che il problema non possa essere visto solo nell’ottica dei disastri provocati nelle coscienze da un uomo solo. Per quanto potente e con tutti i mezzi “persuasivi” di cui dispone. C’è, appunto, una responsabilità collettiva, per non restare ancorati alla logica angusta (e autoassolutoria)  della vittima e del carnefice. In questo senso, per esempio, con tutta la stima e l’affetto, continuano a non convincermi affatto le analisi a senso unico, in una chiave di lettura iper politica, dell’amico Gennaro Carotenuto, come l’ultima che ha scritto nel suo blog.

Malgrado ciò, ascoltando ieri sera le dichiarazioni di Berlusconi, dopo la sentenza della Consulta sul lodo Alfano, ho provato un senso di disgusto così profondo (certo non è la prima volta), che la mia tentazione di fuga a gambe levate, si è dispiegata improvvisamente, così come in altre circostanze analoghe mi è capitato di provare. Non fuga intesa come abbandono della realtà, bensì come esplorazione interiore di altri territori: pensando insomma, che non è possibile tutto ciò, esiste, deve esistere per forza anche altro! E mi è tornato alla mente, un libro bellissimo, letto nel ‘96, La libertà come fuga, un intervista di Claude Greniè al famoso medico e scienziato particolarmente eclettico, Henri Laborit.  La tesi centrale, è che sia possibile una rilettura dell’avventura dell’uomo, della sua storia, delle sue relazioni sociali, e nelle studio della biologia dei comportamenti umani, Laborit, utilizzando le sue scoperte scientifiche, si è spinto a fare l’elogio della fuga e a ricercare territori nei quali non ci fosse competizione, come  quelli della poesia, della pittura, della conoscenza. Condivisibile o meno, quest’approccio viene, in questo caso, dal mondo della scienza, si intreccia fino a quasi fondersi con altri ambiti culturali e forme altamente espressive dell’uomo. E’ un cotributo esterno, “altro”, rispetto alle povertà quotidiane imposte dalla realtà in cui stiamo vivendo.

Altro esempio, mi è tornato alla mente riflettendo sugl’anni ‘60 e ‘70, nei corso dei quali, certo molto ideologicamente, si parlava di “controcultura”. Theodore Roszak, nel suo famoso libro del 1969 “La nascita di una controcultura” (edito in Italia nel 1971 da Feltrinelli), scriveva tra l’altro, che “il compito fondamentale della nostra controcultura, è quello di proclamare l’esistenza di un nuovo cielo e di una nuova terra così vasti e meravigliosi che le smodate ambizioni dell’ingegno tecnicistico debbano necessariamente ridursi ad essere qualcosa di subordinato e marginale nella vita degli uomini”. Questa affermazione, ripeto frutto di una visione non solo ideologica, ma anche messianica, legata a quel particolare periodo, però utile sul piano concettuale, per definire il compito titanico che ho accennato prima: ossia la rinnovata capacità di impegno civile, pre politico per certi versi, che sappia rovesciare i paradigmi dominanti, partendo da altre categorie di pensiero, innanzitutto. E non potrà attuarsi per effetto di una sorta di “sublimazione collettiva”, come alcuni hanno sostenuto.

Commenti

Lascia un Commento




  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.