L’amico Aldo Antonelli segnalava ieri un breve articolo di Gramellini tratto dal sito de La Stampa, Perchè mi odiano?, la domanda rivolta da Berlusconi a don Verzè dopo l’aggressione subita a Milano. In sintesi, si sostiene nel pezzo, che se ci si rivolge alle viscere prima che ai cervelli, le viscere non sono controllabili e da ciò può “scaturire tutto il bene e tutto il bene del mondo”. Condivisibile sul piano concettuale e anche concreto, ma manca un aspetto, per niente trascurabile: alla condanna ovvia di un gesto insensato e folle, io aggiungo che i commenti apparsi su Facebook dei gruppi pro Tartaglia (ora cancellati dalla direzione italiana del social network), sono il riflesso di un’idiozia qualunquista e vile, molto diffusa nella società italiana. Non c’entrano nulla con un sostegno “politico” o, meglio, pseudo tale. Non sono il segno di un disagio. Il disagio sociale vero è altra cosa, si manifesta anche in forme dure, ma in prima persona, come per esempio dimostrano le recenti occupazioni delle fabbriche per difendere il posto di lavoro, oggetto spesso di baratti dovuti a speculazioni finanziarie più che a crisi vere della produzione.

Quanto poi al luogo virtuale, Facebook, dove si sono affollati i commenti favorevoli all’aggressione di Berlusconi con il carico da dodici, ribadisco ciò che penso dei social network, ossia dell’omologazione culturale che vi è ben rappresentata. Insieme, occorre ricordarlo, agli aspetti pur centrali legati alla privacy e alla sicurezza, per i motivi in se, ma anche per un significato più esteso: il gruppo in risposta “pro Berlusconi”, che nel giro di due giorni ha cumulato circa due milioni di sostenitori, moltissimi dei quali inventati oppure ignari utenti con account su Facebook che si sono ritrovati tra i “sostenitori” del premier, è una prova tangibile della vacuità e dell’assenza di pensiero, di confronto reale. Si va avanti per proclami, senza alcuno scambio (aspetto prevalente anche se certo non assoluto), come meglio provo ad argomentare nella home page di questo blog. La rete viene sempre più identificata nel senso comune, con i social network (oltre Facebook anche con i “cinguettii” di Twitter), sembrano scomparsi i blog, i news group, quasi il web per intero. Questa omologazione, nell’assimilazione del patrimonio della Rete ai social network, rimbalza anche negli inqualificabili - oltre che imbecilli sul piano della praticabilità a tutto tondo - annunci “censori” da parte del governo: perchè se Facebook Italia non avesse chiuso autonomamente, indubbiamente  - facendo un’assurdità - sarebbe stato possibile far chiudere per legge i gruppi a sostegno di Tartaglia per reato di istigazione e altro di penalmente rilevante, così come siti sparsi qua e là dello stesso tenore. Ma un mirror, ossia lo “specchio” che sbatte la copia esatta di un sito incriminato collocandolo, per esempio, su un server di un villaggio sperduto in Thailandia, davvero si ritiene di poterlo colpire con rogatorie internazionali? Allo stato attuale, esistono sulla rete migliaia di mirror e possono moltiplicarsi se non all’infinito, poco ci manca! E comunque, a proposito di volontà censorie e tanto per non dare adito a fraintendimenti rispetto alle mie considerazioni su Facebook ed i social network, condivido in gran parte ed invito a leggere l’articolo del costituzionalista Michele Ainis apparso su La Stampa di ieri, che conclude con una frase eloquente: l’antidoto agli abusi in Rete viaggia già sulla Rete, basta un clic.

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  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.