Feb
24
Uno spunto per tornare sui fatti di Genova
Archiviato in giustizia, libertà di cronaca, solidarietà, stato
Tornare a riflettere sui tragici fatti avvenuti a Genova nel luglio 2001, in occasione del G8, non è un esercizio retorico o, peggio, strumentale. Non sono stato un protagonista diretto, ma sicuramente indiretto, delle cariche indiscriminate da parte delle forze di polizia, delle manganellate, ustioni, umiliazioni, vessazioni e minacce, subite da manifestanti inermi. Perchè, prima delle cronache che ho ritenuto attendibili, quei fatti mi sono stati raccontati personalmente dai pacifici partecipanti a quella manifestazione. A cominciare dai miei amici di Legambiente che erano presenti, da altri conoscenti che avevano sul loro corpo i segni indelebili dei pestaggi ricevuti, nonchè per aver visto la grave frattura mandibolare riportata da una mia cara cugina, con pesanti conseguenze visibili fino a poco tempo fa. E poi, il segno più tragico, con la morte di Carlo Giuliani e la beffa, nel 2003, del procedimento archiviato dal Gip Elena Daloiso nei confronti dell’indagato per omicidio, il carabiniere Mario Placanica, per “uso legittimo delle armi” oltre che per “legittima difesa”. Su queste risultanze, per chi non ne fosse a conoscenza, invito a leggersi la ricostruzione del Comitato Piazza Carlo Giuliani.
Anni dopo, nel dicembre del 2008, quando ho letto il libro di Mario Portanova - giornalista che scrive per Diario e L’Espresso - Inferno Bolzaneto, dove, attraverso la requisitoria di due pubblici ministeri, Petruzziello e Ranieri Miniati, l’autore racconta gli orrori avvenuti nella caserma Bolzaneto (il “carcere provvisorio”), altri squarci di verità si sono aperti ai miei occhi.
Ma ad offrirmi lo spunto per tornare a parlarne adesso, è stata una lettera che mi ha inviato qualche giorno fa, tramite e-mail, Checchino Antonini, su una notizia che avevo appreso da un appello in rete - potere leggerlo e sottoscriverlo qui - a sostegno suo e di Piero Sansonetti. Riguarda la sentenza del Tribunale di Roma, che il 10 febbraio ha condannato il cronista di Liberazione Checchino Antonini e il suo ex direttore Piero Sansonetti ad otto mesi di carcere per diffamazione. La sentenza si riferisce ad un articolo apparso sul quotidiano Liberazione nel 2005, riguardante gli ottimi voti che l’allora capo della polizia De Gennaro, attribuì a due funzionari coinvolti nelle violenze di Genova del 2001.
Checchino è un mio cugino con il quale ho un antico legame affettivo, anche se ci si sente saltuariamente. Oltre ad essere un giornalista di Liberazione, è anche un militante di Sinistra Critica dal quale mi divide una marcata distanza ideale, inutile da precisare per chi mi conosce personalmente, ma desumibile per il mio diverso approccio alla realtà, anche solo dalla lettura di qualche post presente in questo blog. Verso di lui però, non solo provo stima profonda, bensì anche il riconoscimento di un lavoro che come cronista e scrittore, svolge ormai da anni sui movimenti della società civile, le dinamiche legate alla conflittualità sociale e le denunce sui sorprusi di stato. Un lavoro svolto con passione ed intelligenza. In tal senso, vorrei segnalare, sempre a proposito dei fatti di Genova e di sorprusi con l’apparenza della legalità, il libro che ha scritto con Francesco Barilli, Dario Rossi e Massimo Carlotto, Scuola Diaz: vergogna di stato, Edizioni Alegre 2009, insieme all’intervista della tv satellitare Arcoiris, dove parla del libro.
Ho chiesto a Checchino se potevo rendere pubblica la lettera che mi ha inviato privatamente, mi ha dato il suo assenso e la inserisco in fondo a questo post.
“Caro Mario,
ricordi quanta violenza per le strade di Genova? Ricordi i celerini che sfondarono il portone della Diaz? E quel funzionario che prese la rincorsa per dare un calcio a quel ragazzino di Ostia, ricordi? Era già stato massacrato quel ragazzino tenuto fermo da altri robocop in uniforme. E ricordi come quando De Gennaro aveva dato ottimi voti al comandante di quei celerini e a quel funzionario, che era restato impigliato anche all’inchiesta sulle torture a Bolzaneto? Era il 2005, sembra un secolo fa. Gigi Malabarba, allora capogruppo di Rifondazione, e altri cinquanta senatori si chiese se fossero legittimi quei criteri discrezionali di promuovere i quadri più fedeli e mandare a casa in anticipo quelli meno malleabili. Il giorno dopo fummo assediati dalle dichiarazioni violentissime dei capi di alcuni sindacati di polizia. Tutti contro Gigi «nemico dello Stato» e il suo partito e il movimento dei movimenti. Tutti con il gran capo, de Gennaro, che pure truccava le carte dei criteri di avanzamento dei lavoratori in divisa. Scrissi una cronaca su Liberazione della “vivace” polemica politica. Ero scosso dalla disillusione che potessero esistere settori di “polizia democratica” – si diceva così, una volta - che si opponessero alla rimilitarizzazione del loro corpo, che si opponessero alla repressione violenta dei movimenti sociali, alla subordinazione totale ai disegni dell’esecutivo, che facessero argine alla deriva fascistoide di un buon numero di quadri. Insomma Mario, quell’articolo di cinque anni fa ha scatenato un putiferio. Su di me.
Che il Sap si schierasse con De Gennaro non era una novità. Alcuni suoi dirigenti collaborarono alla campagna elettorale di An del 2001 mettendo in scena con Gasparri una pagliacciata al confine sloveno per dimostrare che vi voleva più polizia contro i clandestini. Il segretario di allora siede tra i banchi del Pdl in parlamento. Poi ci fu il Siulp a dare contro Malabarba, l’ex sindacato unitario, l’ex sigla della battaglia per la sindacalizzazione della polizia, l’ex poliza democratica. I suoi promotori facevano riunioni “clandestine” prima della riforma. Vent’anni dopo, però, il Siulp avrebbe avuto solo parole di appoggio per gli autori delle violenze napoletane alla Caserma Raniero (le prove generali per Genova e il direttore d’orchestra era un ministro ulivista). Tra le varie sigle che soccorrevano il vincitore De Gennaro ce n’era una, il Siap, che non avevo mai sentito. Mi fu spiegato, da una fonte, che il segretario provinciale di Bari, fratello del segretario generale, era stato arrestato ed era sotto processo per favoreggiamento e violazione del segreto d’ufficio (al processo, il 21 gennaio, sarebbe stato assolto dalla prima accusa e condannato a 9 mesi per la seconda). Secondo l’accusa avrebbe avvisato qualche esponente di una nota sigla dell’estrema destra di essere sotto intercettazione. Notizia che era sui giornali da tempo. Io ho preso nota a margine di questi fatti nell’articolo di quel giorno, il 16 settembre 2005. Poco dopo fummo denunciati perché quella frase era stata percepita come diffamatoria dai due funzionari di polizia e martedì scorso, dopo cinque anni, la pubblica accusa ha chiesto per me 400 euro d’ammenda perché, forse, quel pezzo era maldestro. Ma la giudice, dopo pochi minuti di camera di consiglio, ha condannato il mio ex direttore Sansonetti e me, a otto mesi di reclusione, due mesi in più degli agenti condannati a Trieste per l’omicidio di Riccardo Rasman, un ragazzo malato di mente che fu soffocato mentre lo ammanettavano. Otto mesi di reclusione per un articolo che non diceva frottole e, comunque, non ha ammazzato nessuno. Otto mesi di prigione per aver preso parte alla polemica politica con un pezzo di cronaca. Più ci penso e più mi sembra mostruoso che si voglia spedire in galera dei cronisti. Chi tocca Genova 2001 la deve pagare mentre i protagonisti delle violenze di quei giorni hanno fatto carriera e hanno utilizzato ogni furbizia per sottrarsi a un pubblico processo. L’omicidio di Carlo Giuliani è stato archiviato; il codice penale non ha ancora parole per le torture come quelle di Bolzaneto; per la Diaz sono state condannate solo alcune figure di secondo piano. Quel sindacato, nel frattempo, sarebbe diventato il secondo nella hit parade delle sigle del personale di ps. Ma intanto un tribunale ha trovato centinaia di anni di galera da affibbiare ad alcuni manifestanti e ora un altro tribunale insegue due giornalisti colpevoli di non dimenticare Genova.
Caro Mario, il 9 febbraio la mia vita è stata stravolta. Però sono stato travolto anche da una fiumana di solidarietà straordinaria a partire dai miei colleghi e dal sindacato che non ha avuto dubbi a denunciare l’intimidazione che una sentenza del genere costituisce. Ci sono pagine su facebook aperte da persone che nemmeno conosco, migliaia di firme in calce all’appello in solidarietà di Sansonetti e mia. E sto girando tra Genova, Brescia, Pisa, Livorno, Bologna, Siena e altre città per discutere di libertà di cronaca e degli abusi commessi in carceri e caserme. C’è un tessuto frastagliato di società civile che non si accontenta di fare la clacque a famosi anchormen o a comici-blogger altrettanto famosi e che sono del tutto indifferenti tanto alle questioni genovesi, quanto alla mia vicissitudine. C’è una resistenza curiosa, molecolare, disincantata ma attiva. Credo si debba ricominciare da lì. Tra un po’ studierò bene le carte per il processo di secondo grado. Intanto ringrazio la giudice che m’ha consentito di condividere la sorte delle 18mila persone che hanno problemi con la giustizia per reati legati al conflitto sociale.
Con affetto, Checchino”
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