Le bandiere della sinistra raccolte dal M5S e lo svuotamento della democrazia rappresentativa

22 giugno 2016

In un’intervista rilasciata ieri a Il Manifesto, il sociologo Giovanni Semi sostiene che “Ci sono due Cinque Stelle, uno a livello nazionale molto opaco nelle dinamiche interne e problematico rispetto alle categorie classiche destra-sinistra, e c’è un livello locale più autonomo, a Torino hanno un registro più di sinistra che non hanno altrove, probabilmente per la saldatura con il movimento No Tav”. E’ sicuramente  vero, anche se a mio avviso varianti esistono pure nelle città, nei piccoli centri e nei paesi dove il movimento si è affermato. Perché nelle realtà locali spesso hanno pesato molto le diverse sensibilità e provenienze politiche, insieme alle evidenti ambiguità che hanno caratterizzano alcuni suoi esponenti locali. Di quelli, per intenderci, la cui disinvolta intercambialità politica unita al qualunquismo della peggiore specie è vocazione primaria. Ma nel complesso, resta un dato di fondo rintracciabile fin dagli albori, da quando Beppe Grillo nei suoi spettacoli portava ciò che aveva mutuato - a volte in modo strampalato - dalla galassia eco pacifista, dal movimento antinucleare, dalle esperienze individuali e collettive del consumo consapevole (i Gruppi di acquisto solidale preesistono al M5S), dal nascente mondo della Rete - anche questo preesistente a Grillo e al M5S.

Gran parte di questi temi, sul territorio  hanno poi trovato una sponda visibile nell’attivismo dei gruppi del M5S e si sono estesi, andando a coprire oggettivamente uno spazio lasciato vuoto da altri. Gli esempi sono innumerevoli ed è sufficiente citare il forte impegno profuso sul tema dei ‘beni comuni’. Temi che non erano nel patrimonio genetico del M5S, che si ritroveranno successivamente in una parte non trascurabile dell’attività parlamentare. Pur non potendo mettere tra parentesi le indigeribili ambiguità più volte manifestate su altri temi non meno rilevanti, è  innegabile quello che ha affermato l’urbanista Paolo Berdini nel motivare l’accettazione dell’incarico di assessore all’urbanistica a Roma. Ossia che oltre ad essere “evidente che sussiste ancora una difficoltà culturale nella sinistra a fare i conti con gli errori del recente passato, quando sono stati sacrificati gli interessi dei cittadini per privilegiare quelli economici e finanziari dominanti”, al pari non è opinabile il fatto che i gruppi parlamentari del M5S “hanno contrastato con forza lo ‘Sbocca Italia’ imposto per decreto dal governo Renzi che ripropone l’ennesima e sempre più accentuata stagione derogatoria cosi come si sono battuti contro quella che viene vergognosamente chiamata la legge contro il consumo di suolo e che contiene invece altri meccanismi che lo incentivano”. Ecco, io ritengo che molti,  prima di gridare scompostamente, in modo strumentale e spocchioso al lupo al lupo, dovrebbero porsi qualche semplice interrogativo: innanzitutto sulla deriva costante e inesorabile di quella parte politica che armi e bagagli, si è trasferita ormai da tempo memorabile altrove, per andare a tutelare interessi opposti rispetto a quelli che invece avrebbe dovuto rappresentare per potersi definire ’sinistra’.

Sempre nella giornata di ieri, Diego Amenduni su Valigia Blu ha scritto che “il consenso del Movimento 5Stelle si contende se la sinistra torna a fare la sinistra e la destra torna a fare la destra. Solo in questo modo i compositi elettorati che oggi formano la base del M5S potrebbero ritornare nelle loro posizioni originali.”. Lo trovo in parte condivisibile, malgrado io non sappia se questo sarà ormai possibile. Se non altro perché, con il pensiero rivolto principalmente a ciò che fu sinistra un tempo, quando si è fatta tabula rasa non tanto dei sistemi ideologici, bensì di qualsiasi orizzonte ideale fondato sull’interpretazione reale del disagio sociale diffuso e sulla sua conseguente traduzione ‘politica’, resta problematico ripartire da macerie difficilmente ricomponibili. Occorrerebbe altro, inteso come soggetto politico, che al momento non riesco proprio a scorgere, francamente nemmeno nello straripante avanzare del M5S. Altro, che potrebbe ripartire dai segnali di un nuovo protagonismo sociale, che ha fatto della ‘coscienza di luogo’ il proprio riferimento valoriale, delineando frammenti di una società futura nella quale limite e sostenibilità sostituiscono il paradigma novecentesco della crescita infinita. Una nuova composizione sociale che va però individuata a partire dai ‘margini’ e non dal centro. Sia i margini delle grandi città che quelli rappresentati dai piccoli centri e dai paesi. Si va dai flussi delle migrazioni alle nuove generazioni digitali ai markers, alle piccole imprese a vocazione tecnologica e sociale e a quelle della sharing economy che utilizzano la rete come dispositivo di aggregazione e condivisione della domanda, dai coltivatori degli orti urbani alle associazioni che operano nel disagio delle periferie,  ai giovani ‘ritornanti’ che con imprese innovative stanno rianimando parchi, piccoli borghi e territori ai margini dello sviluppo. Un movimento che restituisce una nuova centralità alle ‘aree interne’ lontane dai centri urbani dotati di servizi, alle terre appenniniche e a quelle alte alpine. Non si produrrà alcuno sbocco credibile e percorribile, se non si svilupperà una capacità di ‘mettersi in mezzo’ e non dall’alto, per individuare e comprendere queste comunità concrete - e ‘provvisorie’, per usare un termine caro allo scrittore Franco Arminio - del ‘non ancora’, come le definisce il sociologo Aldo Bonomi. Questa galassia, tuttavia, non ha ancora un ‘racconto politico’ se non nei resoconti che ogni tanto fanno capolino negli interstizi del discorso pubblico. La speranza, intanto, è che almeno nessuno  provi ad ingabbiarla o strumentalizzarla, perché da lì proviene solo linfa vitale per un possibile cambio radicale di direzione

Il tema delle ‘nuove pratiche comunitarie’ ancora ignorate, si ricollega poi strettamente a quello della rappresentanza.  Non potendo però prescindere, da chi porta tutte intere le responsabilità del progressivo e sostanziale svuotamento della democrazia rappresentativa. Ovvero di quel processo che ha portato alla regressione oligarchica ben argomentata da Stefano Petrucciani nel suo bel libro Democrazia, edito da Einaudi nel 2014 e, seppur da un’altra angolazione, anche da Marco Revelli nel suo Finale di partito, sempre edito da Einaudi nel 2013.  L’argomento è ampio e complesso e non può essere questo il contesto adatto per svilupparlo compiutamente. Per un suo approfondimento, oltre ai due testi citati, si suggerisce anche la lettura dell’ultimo libro scritto dallo storico Massimo L. Salvadori, Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà, edito da Donzelli nel 2015.  Qui ci si limiterà a sottolineare un paradosso. Che si riferisce a chi, prevalentemente a sinistra, lamenta la scarsa preparazione e l’assenza di meccanismi di selezione dei rappresentanti del M5S nelle assemblee elettive a qualsiasi livello. Cosa sicuramente vera in larga parte, ma il punto è: chi ha fatto letteralmente a pezzi i meccanismi di selezione delle classi dirigenti e le possibilità di percorsi formativi in politica riducendo il quadro a mere cooptazioni? Riducendo al lumicino le forme di partecipazione democratica dei cittadini? Come è noto, si tratta di responsabilità che risalgono a decenni indietro per essere imputate principalmente alle più recenti retoriche rottamanti. Retoriche però, giova comunque ricordarlo, che almeno fin qui  hanno rappresentato il punto di convergenza più efficace della prospettiva neoliberale nella destrutturazione di tutti i corpi intermedi della società. In questo vuoto pneumatico, si è inserita la nuova dimensione del M5S che ha portato persone molto spesso prive di un percorso politico o di impegno civile di lunga data, ad approdare in parlamento. Naturalmente, anche qui, vanno operati dei distinguo, soprattutto nelle esperienze locali che hanno visto trasmigrare nel M5S militanti di lungo corso, che non avevano più trovato espressione in associazioni o partiti dell’area di sinistra di provenienza. Ma c’è un altro aspetto, più centrale ancora, sempre legato al tema della rappresentanza. Diversi esponenti del M5S, anche tra quelli di primo piano, mostrano un attaccamento puramente formale agli aspetti procedurali della democrazia, che ha a che fare anche con la loro idea omni comprensiva della legalità. Un’idea della rappresentanza elementare e caduca in molti suoi aspetti: siccome noi stessi siamo espressione diretta dei ‘cittadini’ e dei loro bisogni, non abbiamo bisogno di una formazione politica particolare, perché oltretutto si tratta di un fardello inutile della vecchia classe politica;  ci assumiamo quindi l’onere come cittadini di affidare ad ‘esperti’ di chiara fama il compito di affrontare le materie più complesse, non relegandoli a ‘consiglieri del principe’, ma conferendogli direttamente l’incarico istituzionale. Un po’ come Ivan Illich parlava di  cittadino trasformato “in un cliente che deve essere salvato dagli esperti”, ora è la politica che si deve affidare interamente al ruolo degli esperti. Una sorta di ulteriore delega nella delega. Un’impostazione, che di fatto rappresenta la rinuncia totale del ‘politico di professione’, pure nella migliore accezione weberiana. E tende a ridisegnare, anche solo in nuce, alcune concezioni fondamentali che hanno sorretto l’impalcatura democratica moderna fin dalle sue origini. Di fronte a ciò, emerge tutta l’inadeguatezza della vecchia classe politica non solo ad ammettere i propri conclamati demeriti, ma a leggere con nuove lenti la realtà. La decomposizione del quadro istituzionale tradizionale, delle rappresentazioni e delle regole vigenti, non è detto che faciliti spontaneamente la nascita di nuovi attori sociali consapevoli.  Il passaggio non può avvenire con uno scatto automatico né, tanto meno, può essere ricondotto ad un determinismo delle nuove tecnologie telematiche che sostituiscono completamente i criteri di selezione della classe politica. La crisi delle istituzioni rappresentative, necessita alla base di nuove figure sociali  in grado di riattivare la ‘circolazione sanguigna’ ed il ’sistema nervoso’ della nostre democrazia, affinché la parte dormiente della società possa tornare a partecipare, farsi riconoscere ed essere finalmente rappresentata nei processi e nelle decisioni. La sfida per una nuova era di partecipazione in cui i bisogni siano definiti dal consenso comune è tutta aperta.

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