Quelli che vogliono continuare a bucare l’Abruzzo

8 agosto 2016

Da trent’anni tra le strade d’Abruzzo si narra di quattro grandi infrastrutture che avrebbero dovuto portare lavoro ai giovani disoccupati e garantire servizi ai camionisti che attraversano l’Italia da nord a sud. Li avevano chiamati ‘autoporti’, immense autostazioni dedicate agli autotrasportatori con punti di ristoro, bagni e anche camere per pernottare in sicurezza. Tanti soldi, perfino con l’istituzione del Fondo per le aree sottosviluppate (che sembra quasi la riedizione di una sorta di Cassa per il mezzogiorno),  appalti e promesse di assunzione, tutto finito nel nulla con autoporti vuoti o utilizzati come velodromi. Di recente, su un altro fronte, ci volevano riprovare con il terzo traforo del Gran Sasso, per fortuna non realizzato. Adesso, i soliti noti saltano nuovamente fuori con  il progetto di variante delle autostrade A24 e A25 in concessione al gruppo Toto - qui si possono scaricare gli elaborati grafici nel dettaglio di 2,4 gb. L’aspetto più sconcertante, a seguito del  parere negativo espresso pochi giorni fa dal Ministero dei Trasporti, sono le dichiarazioni rese dal presidente della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, poste a sostegno dell’ennesima grande opera inutile.

Ha affermato D’Alfonso, di essere personalmente favorevole a questo “potente intervento straordinario” di ‘messa in sicurezza’ e ‘adeguamento sismico’ dei tratti autostradali, per non doversi ritrovare poi in una “condizione come quella pugliese-ferroviaria con l’opinione che parte dopo che accadono i disastri” (sic!). Quindi, insieme al ricatto occupazionale, si vorrebbe giustificare un simile progetto, ponendolo in relazione all’assenza di adeguate strutture di collegamento ferroviario. Ossia, proprio non balena alla mente del ‘moderno’ presidente D’Alfonso, che, a cominciare dal raddoppio della linea ferroviaria Roma/Pescara, si dovrebbero privilegiare scelte radicalmente diverse per la mobilità e i trasporti che offrano finalmente una qualità del servizio ai cittadini. Garantendo innanzitutto, un efficiente trasporto pendolare, piuttosto che proseguire in questo tipo di investimenti vetusti ad alta intensità di cemento, asfalto e consumo di suolo. Proprio pensando al disastro ferroviario di Andria. Concezioni forse troppo avanzate e fondate su elementare buon senso , che evidentemente non appartengono a D’Alfonso e a tutti quelli che la pensano come lui. Oltretutto, seguendo la loro logica, si dovrebbero andare a ‘mettere in sicurezza’ e bucare con gallerie,  anche tratti della montuosa e impervia autostrada irpina, o il collegamento appenninico Modena/La Spezia. E, per emulazione, l’elenco potrebbe proseguire. La verità è che ancora una volta ci troviamo di fronte alla commistione fra irresponsabilità politica, appetiti di imprenditori senza scrupoli con i loro forti intrecci politici, strapotere di funzionari pubblici inamovibili che rilasciano pareri favorevoli allineati e coperti. Una ‘deregulation’ che ha fortemente ridotto le garanzie sulla trasparenza amministrativa, unita alla mancanza di serie politiche dei trasporti, hanno impedito un processo decisionale pubblico e scelte razionali nell’interesse collettivo. Un sistema, oltretutto, che ha complicato anche la vita e l’attività delle imprese sane, quelle capaci di progettare e lavorare seriamente, di realizzare investimenti complessi e promuovere l’innovazione, che spesso per sopravvivere nel mercato, ancora di più in tempi di crisi dell’edilizia, si sono dovute ‘adattare’ al sistema distorto degli appalti pubblici.  Inoltre, nonostante le quattro ‘condizioni’ irrinunciabili elencate dal presidente D’Alfonso,  in assenza di valutazioni costi-benefici accurate e quasi sicuramente senza una Valutazione Ambientale Strategica dell’opera, avremo Valutazioni di Impatto Ambientale addomesticate,  che di fatto vorranno impedire un vero dibattito pubblico per consentire una valutazione ponderata e partecipata su cosa occorra davvero al territorio e alle comunità locali. Ma nonostante questa probabile prospettiva, c’è chi invece da diversi giorni ormai si sta prodigando al massimo per favorire un ampio ed esteso confronto pubblico su quest’opera, giustamente definita devastante e profondamente arretrata nella concezione.   Si tratta del neo costituito Coordinamento No Toto che si oppone alla realizzazione dell’opera ed ha già presentato alla stampa un dettagliato dossier. A illustrare nell’articolo che segue le ragioni di una ragionevole e motivata opposizione, è Augusto De Sanctis, leader di punta del movimento ambientalista abruzzese, referente regionale dei Movimenti per l’acqua e promotore del Coordinamento No Toto. Intanto, oggi pomeriggio si svolgerà alla sede comunale di Raiano, un’altra assemblea pubblica di confronto sul progetto Toto delle varianti autostradali A24/A25.

L’articolo di Augusto De Sanctis

“Un incubo sociale ed ambientale”: è questo il mio commento al progetto avanzato dalla società Strada dei Parchi spa il concessionario delle autostrade A24 “Roma - Pescara” e A25 “Tronco L’Aquila - Teramo”, di proprietà dell’imprenditore Toto, noto anche per l’avventura di Airone terminata in Alitalia.

Il costruttore abruzzese è coinvolto nella costruzione di numerose grandi opere pubbliche e possiede una delle più grandi “talpe”, chiamata Martina, con cui scavare gallerie.

Non deve quindi stupirci che, sfruttando strumentalmente un comma della Legge di Stabilità 2012 che imponeva la messa in sicurezza antisismica del tracciato esistente la Strada dei Parchi nel 2015, in maniera del tutto unilaterale abbia proposto al Ministero delle Infrastrutture un progetto di adeguamento che prevede la costruzione di nuovi tratti autostradali occupando tracciati diversi per gran parte attraverso lo scavo di decine di chilometri di tunnel.

Il progetto avrebbe un costo, secondo Strada dei Parchi Spa, di 6,9 miliardi di euro (oltre 13.000 miliardi delle vecchia lire) che graverebbe sulla tariffa e, quindi sui cittadini. Prevede, in sintesi:

- scavo di 50 km di nuovi tunnel autostradali in doppia canna, con 10 gallerie principali di lunghezza superiore al km. Questi tunnel interesserebbero i Simbruini, il Sirente, il parco d’Abruzzo e il Genzana;

- una bretella tra l’intersezione tra A24 e A14 e la circonvallazione di Pescara;

- una bretella autostradale di 24 km in Val Vomano tra lo svincolo di Basciano e Roseto;

- si prevede un collegamento tra Pescina e Pescasseroli e dalla Val Giovenco (San Sebastiano) a Scanno e, di seguito, Roccaraso;

- demolizione dei tratti di Pietrasecca e tra Cocullo e Pratola;

- i tratti attuali tra Aielli e Cocullo e tra Vittorito e Pratola sarebbero declassati a viabilità non autostradale.

È un progetto faraonico, degno di 60 anni fa, quando non c’era internet e la televisione era in bianco e nero ed entrava in poche case. Un intervento fuori scala rispetto alle esigenze della regione e mi verrebbe voglia di dire rispetto ai bisogni della contemporaneità. Noi abbiamo bisogno della banda larga, non di risparmiare 10 minuti tra Roma e Pescara viaggiando in auto (e perdendo questi minuti nel caos di Roma e di Pescara) spendendo uno sproposito. Gli attuali volumi di traffico sulle autostrade abruzzesi non giustificano opere di questo genere.

La Regione Lazio e la Regione Abruzzo, alla chetichella e in un’atmosfera opaca senza alcun dibattito pubblico,  tra maggio e giugno hanno reso i loro pareri favorevoli di massima. Il presidente D’Alfonso ha creato un cosiddetto “gruppo tecnico interdisciplinare” che in realtà con poche paginette e senza affrontare i problemi ambientali e di rischio sismico, ha avallato l’intervento.

Un intervento devastante, con danni danni ambientali immensi. Scavare 50 km di tunnel vuol dire costruire gallerie lunghe 5 volte il tunnel del Gran Sasso. Il tutto in montagne calcaree che sono serbatoi d’acqua, come il Sirente, i Simbruini, la Montagna Grande e il Genzana. Forare queste montagne vorrebbe dire creare un impatto irreversibile sulle falde acquifere con effetti diretti sulla vita quotidiana. Sarebbero impattati gravemente ben 10 tra i principali acquiferi della regione.  Il traforo del Gran Sasso ha provocato un abbassamento della falda di 600 metri, un disastro. La conseguenza è che prima nel teramano bevevano acqua di sorgente, oggi in parte acqua potabilizzata dai fiumi, con qualità più bassa e costi aumentati. Il tutto in piena epoca di cambiamenti climatici dove dovremmo considerare il nostro patrimonio idrico come la cosa più importante da preservare. Accanto al danno sull’acqua, ci saranno costi ambientali enormi per i cantieri che per decenni occuperebbero vaste aree ambientalmente importanti come il Parco del Sirente, le Gole di San Venanzio, le Gole del Sagittario. Sono aree immense, con decine di milioni di tonnellate di terreno e rocce da movimentare. Sfregi su sfregi per decenni si vedrebbero sulle nostre montagne. Altro che turismo, bed and breakfast e agriturismo avrebbero un danno enorme perché questo intervento cambierebbe i connotati dell’Abruzzo, in peggio.

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