Il Mezzogiorno sparso nel Settentrione

16 maggio 2017

Ho conosciuto personalmente Sandro Abruzzese nel 2014 ad Aliano durante la Festa della Paesologia La luna e i Calanchi, ma ci conoscevamo già a distanza in rete perché entrambi curiamo un blog, il suo è Racconti Viandanti. Nei confronti di Sandro, irpino di Grottaminarda e insegnante di storia e italiano in un liceo di Ferrara, ero debitore di un post dal 2015, ossia da quando avevo letto il suo libro Mezzogiorno Padano (con prefazione dell’antropologo Vito Teti) e ne avevamo concordato la recensione su questo blog. Ma sono pigro, distratto e spesso vengo travolto da impegni che si accavallano uno con l’altro. Ciò non significa però dimenticare del tutto, soprattutto se una lettura ti ha colpito nel profondo, ha stimolato temi a te cari. Come quello del restare o tornare in un luogo. E infatti, sul senso del suo libro, in una mail Sandro mi aveva scritto che “partire, restare, tornare, me lo sono ripetuto per anni. Quando approdai in Pianura Padana ero ancora uno studente e la sua scoperta fu sorprendente. Un mondo fatto di libertà, dinamismo, dove è possibile avverare, - se non i sogni, - di sicuro parte delle proprie aspirazioni (…)” aggiungendo che ” tra i molteplici temi di queste pagine, è emerso anche il senso di colpa di chi parte, di chi non fa ritorno e un po’ sente di aver abbandonato la propria terra (…) Mezzogiorno padano è il mio atto di amore per il Meridione e al contempo un’espiazione. È un modo per essere in più luoghi contemporaneamente, così da poter sognare di restare e ritornare.”.  Di recente Giuseppe Lipani, studioso di storia del teatro e ricercatore a contratto dell’Università di Ferrara e della Ca’ Foscari di Venezia, ha scritto una bella e ancora inedita recensione del libro di Sandro che volentieri pubblico di seguito.

di Giuseppe Lipani

Quanto Mezzogiorno ci sta dentro il Settentrione? Quanto se ne può versare? Tanto, se si tratta semplicemente di spargere vite qua e là come semi d’erba sparsi nel campo. Poco, se i semi devono attecchire e fare radici. Talmente poco, che viene da chiedersi se valga la pena questo scempio di sementi per un magro raccolto. Mezzogiorno padano di Sandro Abruzzese è un libro di racconti brevi, di quei libri che si leggono d’un fiato epperò che si possono distillare in lunghi respiri trattenuti. Perché sono racconti che fanno insieme un romanzo corale, voci che si chiamano e si rispondono, che non si negano il rimando, l’architettura nascosta, il fiume carsico che trasporta gli stessi detriti.

Ci possono essere tante coralità, è certo. C’è la coralità unanime, che fa del coro un unico, compatto personaggio, con una sola voce. È il coro che declama sapienza e certezze, che canta un dolore uniforme e sovrumano. C’è il coro invece che si forma per accumulazione, che giustappone le voci, apparentemente stonate tra loro. Tra le due coralità passa la differenza di due modi opposti di raccontare il Sud, un Sud uniforme dell’immaginario massmediatico, ma anche talvolta e sempre più spesso della letteratura, contro un Sud disperso e cosparso. Come la differenza tra la semina dell’uomo e quella del vento, l’uno che sceglie e ottimizza, l’altro che ugualmente spira e trapianta, così di Sud si parla e si scrive, oggi sempre più frequentemente.

È di questa qualità ventosa la natura corale di Mezzogiorno padano: non esprime certezze, non accomuna per tipologie. Questa cosciente presa di posizione è la forza e l’onestà del libro di Abruzzese. Un’onestà che rifiuta il Sud da cartolina d’un immaginario vacanziero e quello ugualmente falso della sola ferocia organizzata, che rifiuta il Sud superficiale della nostalgia di migranti che sospirano la patria dell’innocenza perduta. Un Sud, piuttosto, che è scavato nelle memorie di tanti uomini, diversi, isolati, scordati tra loro, che pure non possono non formare un coro. Perché il vento spira dalla stessa parte e i semi vanno nella stessa direzione. Le tante voci dei protagonisti della narrazione di Sandro Abruzzese, chiamate come al banco dei testimoni, che abitano un condominio grande quanto una nazione, guardando ognuno dalla propria finestra, confessano il loro esserci stati, il loro aver visto: peccato che non ci fosse nulla da vedere! e così sono andati a dormire «il sonno inutile di chi non aspira al giorno successivo».

Dal Mezzogiorno immaginario della finzione comunicativa, Abruzzese ci trasporta nel Mezzogiorno reale dei tanti che hanno avuto la forza di partire o non hanno avuto la forza di restare, e dei tanti, uguali, che restando sono partiti da se stessi. Solo che questo Mezzogiorno non abita più il suo proprio paesaggio e si è disperso in un paesaggio informe, quello di un Settentrione che si è forgiato con la modernità una immagine parimenti deformata di sé.

E non è qui questione di un Meridione che vuole diventare Nord, o che è non-ancora-Nord. Il pensiero meridiano, per dirla con le parole di Franco Cassano, può (poteva?) essere un modo diverso di fare se stessi, di plasmare una diversa modernità, di decolonizzare l’immaginario. Ma questo è un Mezzogiorno sparso in un non-luogo postmoderno, sciolto da sé, fuso in un Settentrione e mai confuso con esso. Che abita quell’infra che non è più Nord né Sud, ma Mezzogiorno padano, appunto. In mezzo a un guado, senza più sponde da raggiungere. L’infra forse è la cifra propria del libro, perché dice la condizione prima dei personaggi, i quali vivono dispersi, tra gli altri, privati degli altri, ma anche, etimologicamente, al di sotto, inferi, come semi, cui è dato come unico compimento lo stare sotto per non dissiparsi.Infra è la vita di chi disloca – e con il termine dico della mercificazione delle esistenze – la propria intelligenza, la propria passione e la propria competenza, arricchendo un tessuto sociale del quale non sarà mai pienamente parte e contemporaneamente impoverendo un mondo a cui più non appartiene. Ma infra è anche il modo di essere della nazione, in cui le parole Meridione e Settentrione non sono riferimenti geografici o antropologici, ma sono diventate banali etichette di comportamenti contrapposti e ovunque compresenti, dove i vizi si diffondono e le virtù si disperdono, in un paese dai confini incompiuti. Si è fatto il Meridione per fare l’Italia, poi lo si è fatto con, lo si è fatto contro, oggi lo si fa infra.

Forse anche per questo il libro non può farsi romanzo e deve rassegnarsi alla forma del racconto breve. La disorganicità delle vite dei suoi protagonisti, l’essere fibra di un tessuto sfibrato, la consistenza irrelata di chi «cerca strade contro il conformismo», tutto ciò non può coagularsi in una narratività forte, totale, che mira a com-prendere, a prendere insieme e a capire ad un tempo. I personaggi si richiamano, ma non si sommano. Del romanzo manca la tentazione dell’affresco. A ciò conduce anche la condizione dell’autore, anch’egli meridionale padano, che nella cornice autobiografica costruita attorno alla metafora del filo d’erba, dai versi di Rocco Scotellaro, segna il confine spurio tra essere dentro e fuori alla propria narrazione. Diceva Giuliano Gramigna che l’impossibilità del romanzo sta tra due impossibilità dell’autore: quella di starne fuori, esserne distinto e l’altra complementare di essere questo stesso magma.  Il libro descrive così una disseminazione, che però è altro dalla dissoluzione, alla quale non si arrende e a cui contrappone un’identità. Identità che non sta più in un luogo o in un paesaggio culturale, ma ha residenza «tra lo sterno e la gola, giù fino … alle interiora», che sta nella coscienza profonda di sé, in quella patria che «sono io fin dove riesco a camminare», non per eccesso di individualismo ma per attenzione, fino allo spasimo, alla dissonanza. Èdifficile oggi ascoltare un coro discorde, davanti a grandi tragedie e continue urgenze prestare orecchio a quelle vite che non si raccontano più, perché non stanno in un cliché, perché non sono i migranti meridionali di ieri e non sono i migranti dei nuovi meridioni di oggi, perché sono migranti di sé stessi, che intero e profondo tessono il senso del loro trapiantarsi. Di questa difficoltà e di questo rischio Abruzzese si è fatto carico, e ha raccontato.

Non c’è molto mare nel libro di Abruzzese, e a me, siciliano caduto in Emilia, pare di conoscere per la prima volta un altro Sud, che non conoscevo, che non è il mio. Ma del mare, nel libro, c’è l’infedeltà, quell’essere porto, posto di perenni partenze. E il rimorso, il senso nascosto di colpa che si porta dentro, quando ci si stacca dalla riva. Chi ha tradito? La terra, che ci ha lasciato partire, o noi, che l’abbiamo abbandonata? Ma poi, veramente c’è stato un tradimento? E se si fosse trattato solo di prendere un treno, con incoscienza, con casualità, con leggerezza? Non è forse, questo rimorso, «la sorte di ogni altro; non volgare letteratura, ma vita che si piega al suo vertice»?

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