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Orfana e claudicante…dall’ethos civile alle ronde dolci
Archiviato in beni pubblici, classi dirigenti, politiche per la sicurezza, società civile

Da un articolo del Corriere della sera del 4 luglio scorso, apprendo una notizia a me nota solo in parte, ossia di una legge regionale del 2003, con la quale l’Emilia Romagna ha conferito ad associazioni civiche di volontari, la funzione di “presidio” sul territorio: davanti le scuole, nei parchi, perfino nei cimiteri. Tengono a precisare i fautori, che le “squadre” di cittadini - o “ronde dolci”, come qualcuno le ha definite - nulla hanno a che vedere con le “ronde” di stampo leghista. Non ronde per la “sicurezza” dunque, si tratterebbe semmai di un approccio “culturale” ai problemi che riguarda il decoro urbano, per portare, oltretutto, “coesione sociale” (?). Quello che invece io ricordavo, erano le dichiarazioni di Sergio Cofferati, quando nella sua veste di sindaco di Bologna ebbe a dire che “i cittadini possono dare un contributo al presidio del territorio” e auspicava ciò proprio in funzione della “sicurezza”. In modo esplicito, senza mezzi termini, quasi a fare da pendant ad una cosa che, nei fatti, poteva assomigliare molto alle famigerate “ronde”. E giustamente, la frase è ricordata da Paolo Foschi nel suo pezzo. L’articolo del Corriere, cita anche altre esperienze significative di enti locali dove governa (o ha governato fino a poco tempo fa) il centro sinistra. Ma vorrei soffermarmi brevemente sul caso Emilia Romagna, perchè lo trovo eloquente se riferito al declino complessivo di un intero modello sociale, come quello emiliano appunto. Però non solo, in quanto paradigmatico di un atteggiamento che troviamo anche altrove.
“Orfana e claudicante”, è il titolo di un bel saggio del 2003, scritto da Paola Bonora e Angela Giardini per l’editore Baskerville, che affronta in modo esemplare i temi dell’Emilia post comunista e l’eclissi del modello territoriale, come recita il sottotitolo. Sostengono le due autrici, nella loro acuta analisi, che il venir meno di un modello territoriale, fondato su legami sociali la cui connotazione trascendeva la dimensione “funzionalistica” ed era “configurabile come ethos civile”, basato su un forte volontarismo e un intensa partecipazione, ha determinato nel tempo un sistema fragile, “cristallizato in una forma di consociativismo che, dimenticate le origini, ha spostato sul piano dell’efficientismo tout court ogni volontà d’azione”. Aggiungo, che l’Emilia Romagna negl’anni passati, notoriamente aveva rappresentato anche un autentico laboratorio sulle politiche dell’immigrazione, non in nome di un multiculturalismo astratto, bensì organizzato in forme partecipative all’interno di un circuito virtuoso e fecondo tra associazioni di rappresentanza degli immigrati, mondo del lavoro e istituzioni. Non solo, quindi, una politica dell’accoglienza di facciata per garantire lo svolgimento di feste “etniche”. Però, nello “smarrimento identitario” e nello scadimento generale di una “governance” che non è più in grado di leggere i nuovi processi sociali in atto, come scrivono sempre le due autrici, pure le politiche di solidarietà, a qualsiasi livello, si sono involute.
Il caso emiliano, a mio avviso, insegna come mai nulla possa darsi per acquisito e come sia nociva l’autoreferenzialità con cui si è smesso di guardarsi intorno. Presupponendo, erroneamente, che attraverso lo strumento del consociativismo, si sarebbe conservata la stabilità e la “coesione sociale”: quest’ultima, utilizzata come appannaggio per finte “solidarietà civiche” che nascondono tutta l’incapacità di governare i conflitti sociali dentro un quadro realmente solidale. Ma ciò di cui non ci si rende affatto conto, è che gli effetti di una disgregazione sociale evidente ormai da diversi anni, sta producendo seri danni anche nel tessuto economico territoriale. Quella regione rappresenta la punta dell’icenberg di un’involuzione dei diversi territori italiani, cioè la disgregazione sociale per assenza di “reti fiduciarie” tra i cittadini, un attivismo privo di scopo morale, di direzioni intraprese all’insegna della pura speculazione. Eppure, proprio - e soprattutto - dal territorio potrà ripartire quella inversione di tendenza capace di coniugare sviluppo delle nostre “eccellenze”, di quelle ricchezze competitive ma non distruttive dei legami sociali, perchè distanti anni luce dalla logica della produttività applicata per forza a beni che sono comuni e in molti casi non riproducibili. Da questo punto di vista, in un ipotetico contesto mutato, capace di un nuovo dinamismo e supponendo classi dirigenti di ben altro profilo e spessore, il sostanziale “accodamento” culturale che caratterizza spesso il centro sinistra, come quello sulle politiche per la sicurezza a livello locale, mostrerebbe tutta la sua inconsistenza e subalternità ideologica.
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