La frase che da il titolo a questo post è tratta da Noi Europei, libro pubblicato per la prima volta nel 1935 che nelle  memorie di uno dei due autori principali, Julian S. Huxley, venne definito come un “bastone scientifico” tra le ruote di Hitler appena giunto al potere. Smascherare la pericolosa ambiguità del concetto di razza avrebbe infatti dovuto ostacolare la marcia della Germania nazista, sostenuta da un uso spregiudicatamente politico di dottrine razziali che ostentavano una presunta scientificità. Nato dalle diverse competenze di un gruppo di studiosi, tra i quali figurano non solo il biologo Huxley e l’esperto di classificazione e distribuzione geografica dei gruppi umani Alfred C. Haddon, ma anche il sociologo Alexander M. Carr-Saunders, l’antropologo Charles G. Seligman e lo storico della scienza Charles Singer, Noi Europei rappresentò la prima confutazione sistematica, svolta su basi biologiche e antropologiche, del concetto di razza che per molto tempo aveva dominato la lettura della diversità umana. Ripercorrendo in breve la storia di questo concetto, il testo mostra come la riscoperta delle leggi di Mendel avesse inaugurato, nel Novecento, una nuova era: tutto quanto si era pensato del vivente andava sottoposto a verifica e, a maggior ragione, un concetto controverso come quello di razza, specialmente se applicato all’uomo. Esattamente il contrario di quello che avrebbero voluto dimostrare i volenterosi cervelli arruolati dalle SS per costruire il mito della razza.

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La notte tra sabato 31 ottobre e domenica 1 novembre,  è morto a Parigi l’antropologo Claude Lévi-Strauss. “Un altro pezzo di civiltà che se ne va e di cui non si vedono degne sostituzioni”, come giustamente ha scritto mia cugina Cristina in un sms che mi ha inviato ieri sera. Stessa cosa ebbi a dire sui padri della nostra Repubblica, a proposito di Giuseppe Di Vittorio, commentando nel post del 17 marzo di quest’anno, una fiction televisiva a lui ispirata.

Negl’anni ‘50, insieme ad “Antropologia strutturale”, uno dei suoi saggi più famosi resta senz’altro “Razza e storia e altri studi di antropologia”, del 1952 e tradotto da Paolo Caruso in Italia nel 1967 per l’editore Einaudi. Nella mia libreria ci sono entrambi, ma ho tirato fuori il secondo, ricordando un brano in cui delinea il concetto di progresso, come sviluppo non sempre “necessario” e “continuo” nel corso della storia umana. Un parallelo concettuale, che anni dopo mi sono trovato a fare con un’altra idea, espressa da Edgar Morin in un classico dell’epistemologia contemporanea, “Il metodo” (del 1977, pubblicato in Italia da Feltrinelli  nel 1983), dove il sociologo francese elabora un approccio alla conoscenza, non “lineare” e “cumulativo”, ma dentro uno schema “circolare”, di rottura con il tradizionale metodo cartesiano.

In ricordo di Claude Lévi-Strauss, riporto di seguito il passo dal libro citato.

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  • Kunt, il Marziano

  • Da "Un Marziano a Roma", di Ennio Flaiano

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Ennio Flaiano

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