
Danilo Dolci nelle sue “Esperienze e riflessioni” del 1968 (ed. Laterza), a proposito della pace come modo diverso di esistere, scriveva tra l’altro che “la pace che amiamo e dobbiamo realizzare non è dunque tranquillità, quiete, assenza di sensibilità, evitare i conflitti necessari, assenza di impegno, paura del nuovo, ma capacità di rinnovarsi, costruire, lottare e vincere in modo nuovo: è salute, pienezza di vita (anche se nell’impegno ci si lascia la pelle), modo diverso di esistere. Dice il mio piccolo Amico: è il contrario della guerra”. Ad una prima lettura superficiale, potrebbe sembrare un principio assoluto da “anima bella”, ma non è affatto così. Soprattutto perchè proviene da un percorso reale, da chi ha vissuto (e pagato) in prima persona l’impegno costante per la pace praticando la non violenza. Ho cominciato ad incrociare i suoi scritti - e ascoltato anche di persona sue conferenze tenute a Roma - durante il periodo del liceo insieme a quelli di Don Milani, poi negl’anni successivi anche altri profeti di pace come Don Tonino Bello, Ernesto Balducci, solo per fare alcuni nomi, sono diventati per il sottoscritto insostituibili punti di riferimento ideale e culturale. Non in astratto però, erano nel concreto del mio impegno vissuto sia nel movimento ambientalista che pacifista.



