
La notte tra sabato 31 ottobre e domenica 1 novembre, è morto a Parigi l’antropologo Claude Lévi-Strauss. “Un altro pezzo di civiltà che se ne va e di cui non si vedono degne sostituzioni”, come giustamente ha scritto mia cugina Cristina in un sms che mi ha inviato ieri sera. Stessa cosa ebbi a dire sui padri della nostra Repubblica, a proposito di Giuseppe Di Vittorio, commentando nel post del 17 marzo di quest’anno, una fiction televisiva a lui ispirata.
Negl’anni ‘50, insieme ad “Antropologia strutturale”, uno dei suoi saggi più famosi resta senz’altro “Razza e storia e altri studi di antropologia”, del 1952 e tradotto da Paolo Caruso in Italia nel 1967 per l’editore Einaudi. Nella mia libreria ci sono entrambi, ma ho tirato fuori il secondo, ricordando un brano in cui delinea il concetto di progresso, come sviluppo non sempre “necessario” e “continuo” nel corso della storia umana. Un parallelo concettuale, che anni dopo mi sono trovato a fare con un’altra idea, espressa da Edgar Morin in un classico dell’epistemologia contemporanea, “Il metodo” (del 1977, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983), dove il sociologo francese elabora un approccio alla conoscenza, non “lineare” e “cumulativo”, ma dentro uno schema “circolare”, di rottura con il tradizionale metodo cartesiano.
In ricordo di Claude Lévi-Strauss, riporto di seguito il passo dal libro citato.



