Archivi per maggio 2017

Il Festival di Sanremo dovrebbe invitare a cantare i lupi

19 maggio 2017

Dopo Sandro Abruzzese, a cui ho dedicato l’ultimo post del 16 maggio, un’altra figura che mi ha lasciato il segno ad Aliano nel 2014, durante il Festival della Paesologia La Luna e i Calanchi, è stata Claudia Fofi. Era intervenuta prima di me con una sua poesia ai parlamenti comunitari che si svolgevano nel corso del festival. All’inizio del mio successivo intervento, avevo faticato per concentrarmi su quello che avevo pensato di dire, perché dopo averla ascoltata, ero rimasto intrappolato in un altro pensiero dal quale non riuscivo a distogliermi. Mi era tornato alla mente il manuale di poesia del filosofo indiano Anandavardhana: come le Upanishad, affermava che il ritmo sonoro creatore non risiede nella parola comune, bensì nella «parola», e non oscilla nella parola «espressa», ma nell’«eco». Per questo filosofo poeta, il suono («dhvani») che si diffonde dal componimento poetico è l’anima della poesia. L’assolutamente inesprimibile può essere comunicato unicamente mediante il «dihvani». Da Claudia avevo percepito questo suono che vuole comunicare l’inesprimibile della poesia, la sua anima più profonda. Senza la quale non sarebbe nemmeno poesia. Ma Claudia è insieme cantautrice e autrice di testi, nelle sue esibizioni pubbliche ho intravisto una sorta di «teatro canzone», non proprio quello di Gaber e Luporini, ma qualcosa che gli assomiglia nella forma espressiva. Un esempio significativo si evince dal suo Concerto autobiografico. Ho chiesto a Claudia di raccontare la sua idea di voce naturale e di provare a descrivere l’insieme delle sue attività. Ha un sito web dal titolo eloquente, Voce Creativa.

di Claudia Fofi

Io vivo a Gubbio, in Umbria. Dove vivo io San Francesco ha incontrato un lupo, anzi una “perniciosa lupa”, secondo la tradizione, e l’ha convinta a non uccidere più. L’ha ammansita. Ma la cosa più bella è che poi il Santo ha lasciato l’animale in consegna al popolo di Gubbio, che se ne è preso cura fino alla sua morte. Il popolo dei miei antenati ha accolto quindi questa lupa ammansita, e non si è dimenticato di lei, non si è vendicato. La lupa  è morta di vecchiaia, come è giusto. Quando ero piccola si lasciavano le chiavi sulle porte e si giocava per strada. Non avevamo paura del lupo. I nostri genitori ci dicevano uscite fuori che abbiamo da fare in casa. E noi si andava in giro per le strade in bici, a farci male, a creare segreti, a cercare di crescere. Adesso tutti hanno paura di tutto. Se potessero ucciderebbero tutti i lupi in circolazione. Se venisse San Francesco in persona lo scaccerebbero, perché faceva paura, con quei vestiti stracciati e le sopracciglia cadenti e la faccia da matto. Nessuno direbbe diamo da mangiare al lupo, cioè educhiamolo all’amore. La mentalità chiusa e diffidente tipica dei paesi e delle piccole città umbre è stata sostituita da una mentalità televisiva, che è ancora più chiusa e diffidente. Perché le cittadine di provincia, se non muoiono come i paesi abbandonati, almeno apparentemente, vivono un’altra e forse più tetra morte. Vivono l’illusione di essere grandi, pensano che siccome c’è l’ipermercato allora siamo una città. Di quel popolo che salva il lupo non so cos’è rimasto. Di quel popolo capace di perdono. Non c’è più, perché non ci sono più i popoli. C’è gente che se ne va in giro smarrita e infelice a comprare roba. Anche il dialetto sta scomparendo, con le sue belle espressioni portate da voci che sanno di pietra, di terra, di fatica e malizia, di sensualità, intelligenza e senso del sacro. E anche le voci stanno sparendo, nel magma virtuale che sacrifica il noi in favore dell’io.

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Il Mezzogiorno sparso nel Settentrione

16 maggio 2017

Ho conosciuto personalmente Sandro Abruzzese nel 2014 ad Aliano durante la Festa della Paesologia La luna e i Calanchi, ma ci conoscevamo già a distanza in rete perché entrambi curiamo un blog, il suo è Racconti Viandanti. Nei confronti di Sandro, irpino di Grottaminarda e insegnante di storia e italiano in un liceo di Ferrara, ero debitore di un post dal 2015, ossia da quando avevo letto il suo libro Mezzogiorno Padano (con prefazione dell’antropologo Vito Teti) e ne avevamo concordato la recensione su questo blog. Ma sono pigro, distratto e spesso vengo travolto da impegni che si accavallano uno con l’altro. Ciò non significa però dimenticare del tutto, soprattutto se una lettura ti ha colpito nel profondo, ha stimolato temi a te cari. Come quello del restare o tornare in un luogo. E infatti, sul senso del suo libro, in una mail Sandro mi aveva scritto che “partire, restare, tornare, me lo sono ripetuto per anni. Quando approdai in Pianura Padana ero ancora uno studente e la sua scoperta fu sorprendente. Un mondo fatto di libertà, dinamismo, dove è possibile avverare, - se non i sogni, - di sicuro parte delle proprie aspirazioni (…)” aggiungendo che ” tra i molteplici temi di queste pagine, è emerso anche il senso di colpa di chi parte, di chi non fa ritorno e un po’ sente di aver abbandonato la propria terra (…) Mezzogiorno padano è il mio atto di amore per il Meridione e al contempo un’espiazione. È un modo per essere in più luoghi contemporaneamente, così da poter sognare di restare e ritornare.”.  Di recente Giuseppe Lipani, studioso di storia del teatro e ricercatore a contratto dell’Università di Ferrara e della Ca’ Foscari di Venezia, ha scritto una bella e ancora inedita recensione del libro di Sandro che volentieri pubblico di seguito.

di Giuseppe Lipani

Quanto Mezzogiorno ci sta dentro il Settentrione? Quanto se ne può versare? Tanto, se si tratta semplicemente di spargere vite qua e là come semi d’erba sparsi nel campo. Poco, se i semi devono attecchire e fare radici. Talmente poco, che viene da chiedersi se valga la pena questo scempio di sementi per un magro raccolto. Mezzogiorno padano di Sandro Abruzzese è un libro di racconti brevi, di quei libri che si leggono d’un fiato epperò che si possono distillare in lunghi respiri trattenuti. Perché sono racconti che fanno insieme un romanzo corale, voci che si chiamano e si rispondono, che non si negano il rimando, l’architettura nascosta, il fiume carsico che trasporta gli stessi detriti.

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