Eppure doveva risultare chiaro già nel 2005 al Partito Democratico, quando Nicki Vendola vinse le primarie contro lo stesso sfidante di ieri, Francesco Boccia. Doveva essere chiaro e cristallino, che il vero “laboratorio” in Puglia al quale fare riferimento è semmai un altro: quello che Vendola ha praticato nell’esperienza concreta di governo della regione, attraverso obiettivi chiari, tra cui la difesa del valore pubblico dell’acqua, il no al nucleare e il rilancio di un’economia “compatibile” legata alle risorse locali e a progetti finanziati dall’Unione  Europea,  solo per citare i principali. Ma una parte dell’attuale gruppo dirigente del PD, quello che è risultato maggioritario alle primarie per l’elezione del segretario nazionale, con il vincente che andava ripetendo durante la sua campagna elettorale, quasi come una litania, di non voler rinunciare a dichiararsi ancora “di sinistra”. Quelli, che sempre nel corso della campagna elettorale per le primarie, hanno tappezzato i muri delle città inneggiando ad un Partito Democratico “laico, popolare e di sinistra”. Gli stessi , insomma, che non hanno fatto nulla per far vincere Soru in Sardegna, perchè in ben altre faccende trasversali affaccendati (v. il post Morte a Venezia del 4 marzo 2009).  Allora, occorre ricordare pure questa volta, che dietro l’apparente miopia dei trafficanti di alleanze e sudditanze, c’erano a monte  interessi ben precisi, non palesati e mal camuffati, con la scusa dell’allargamento “al centro” dell’alleanza di centro sinistra.

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In attesa del pronunciamento da parte della Corte Costituzionale sul c.d. lodo Alfano, riporto la sintesi della audizione informale del costituzionalista, ex presidente della Consulta, Leopoldo Elia, avvenuta pochi mesi prima del suo decesso, presso le commissioni riunite - Affari costituzionali e Giustizia - del Senato, il 16 luglio 2008.  Spunti utili di riflessione, dell’autorevole giurista scomparso, sul provvedimento che congela i processi per le prime quattro cariche dello Stato.

“Sul disegno di legge presentato dal Ministro della giustizia Alfano il 2 luglio 2008 “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato” (XVI Legislatura – Atti Camera n. 1442) pesano le censure di illegittimità costituzionale che indussero la Consulta, con la sentenza n. 24 del 2004, a dichiarare la incostituzionalità dell’art. 1, comma 2, della legge 20 giugno 2003, n. 140. Certo, si è cercato di rimediare ad alcuni effetti collaterali segnalati dalla Corte (ad es. in materia di tutela della parte civile, di divieto di reiterazione del beneficio) ma non era qui la sostanza delle censure rivolte all’impianto della legge adottata nel 2003. Quali erano le violazioni “dei principi fondamentali dello Stato di diritto” accertate dai giudici costituzionali? Con una formula sintetica usata nel n. 6 del considerato in diritto possiamo definirle così: “automatismo generalizzato”, scomponibile in generalità dei reati oggetto dei processi sospesi e automatismo della sospensione insuscettibile di ogni filtro o accertamento della plausibilità o ragionevolezza della tutela differenziata. In effetti, il carattere automatico o ex lege della protezione impedisce ogni verifica sul rispetto del principio di proporzionalità: e la stessa giustificazione della deroga al principio della parità di trattamento di fronte alla giurisdizione, che è all’origine della formazione dello Stato di diritto, non può essere fondata su indici obbiettivi. La rinunziabilità della sospensione su richiesta dell’imputato o del suo difensore non rimedia all’automatismo, come si afferma nella relazione ministeriale.

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Guardiamo raramente la tv in casa, se capita la sera dopo cena e comunque sul tardi…il trash di cui ormai è satura, che non suoni snobistico, ci tiene decisamente distanti. E distanti sentiamo anche le fiction che si susseguono in questi anni, tranne quella sul Commissario Montalbano di cui, quando è stato possibile, abbiamo seguito qualche episodio.  A questa, ci sentiamo di aggiungere solo quella dedicata ad Alcide De Gasperi, interpretata dal bravo Fabrizio Gifuni.

Domenica 15 e lunedì 16 marzo, è andato in onda su Rai1 “Pane e libertà”,  sulla vita del padre del sindacalismo italiano, Giuseppe Di Vittorio. Confesso, che all’inizio temevo l’ennesima fiction edulcorata e dalle prime sequenze, ho perfino temuto che avessero mutuato qualche impostazione scenografica dall’indimenticabile Novecento di Bertolucci, probabilmente nell’intento mal celato di conferire una forza evocativa al film televisivo. Invece no, superate le prime diffidenze, ho dovuto ricredermi. Non solo per la bravura dell’interprete principale Pierfrancesco Savino, ma anche per l’indiscutibile profilo umano del personaggio che si è voluto mettere in risalto, la sua vita straordinaria, insieme alla fedeltà verso il contesto storico nel quale ha operato Giuseppe Di Vittorio. Questo dirigente politico e sindacale assolutamente atipico, che alla sua appartenenza politica al PCI, ha sempre anteposto i diritti e la dignità dei lavoratori. Sopra ogni cosa, pure contro la disciplina di partito. E infatti, si evincono bene dal film le sue posizioni “eretiche”, in contrasto con Togliatti, prima e durante il fascismo, rispetto alla politica condotta dall’Unione Sovietica…così come successivamente, nel 1956, sui tragici avvenimenti in Ungheria. Ciò che ancora oggi colpisce del personaggio, è la sua intransigente difesa dell’autonomia del mondo del lavoro dalla politica, l’affermazione di un senso dell’emancipazione sociale libera (per quanto fosse possibile) dai condizionamenti dei partiti politici. Come valore in se. Una linea di pensiero, che lo attraverserà fin dagli esordi della sua attività in difesa dei diritti dei “cafoni” pugliesi - che non abbandonerà mai nel pensiero e nell’azione -, fino a quando verrà eletto nel 1945 segretario generale della CGIL.

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L’agguato razzista contro Marco Bayenne,  studente etiope e volontario del Circolo Legambiente di Paestum, avvenuto sabato 7 marzo a Napoli, evoca nuovamente, insieme a tutti gli sciagurati episodi di questi ultimi anni, quella che sembrerebbe solamente una regressione primitiva e xenofoba. In parte, è senz’altro così e le ragioni risiedono nei veleni che si sono seminati nella società, approfittando ultimamente anche della forte crisi economica mondiale. Ma questa ”opportunità”, legata alla crisi, è appunto più recente ed ha contribuito solo ad acuire i terreni di contrasto sociale creati ad arte: si pensi a come viene affrontato il tema della sicurezza e le speculazioni  di basso profilo che ci sono costruite sopra. I semi dell’odio verso “l’altro” che non appartiene alla tua comunità nazionale, in realtà, vengono ormai da lontano. E non c’entra nulla, ovviamente, con il tema di una seria politica dell’accoglienza, fondata sulla giusta legalità, nel senso del rispetto delle norme dell’ordinamento giuridico dello stato.

Ma c’è un altro aspetto, sul quale a mio avviso occorre riflettere, almeno per il sottoscritto costituisce motivo di riflessione da tempo: in uno degl’ultimi suoi libri, Il disagio della civiltà, nell’applicazione delle sue teorie psicanalitiche alla società, Freud sosteneva che rimuovendo o destabilizzando gli strati superficiali della socializzazione, gli esseri umani regrediscono a forme di violenza primitiva. Anche questo, può essere ancora in parte vero, ma non esaurisce certo il problema e, soprattutto, rischia  di essere addirittura fuorviante. Nel senso che la violenza razzista (come quella etnica), sono parte integrante della nostra modernità e civiltà. Esiste un “lato oscuro della democrazia”  – per usare l’espressione del sociologo storico Michel Mann -, come altre “debolezze” e derive storicamente già  rivelatesi, legato proprio alla sovranità esercitata “in nome del popolo”, che ha in se forti possibilità discriminatorie, perché allo stato è consentito di escludere interi gruppi sociali dalla comunità “nazionale”. La discesa verso la discriminazione sempre più violenta, avviene quando il “patriottismo popolare”, assume le tinte fosche del nazionalismo etnico, le cui premesse possono essere proprio le  politiche attuate dallo stato. Con tutte le conseguenze che conosciamo.

Inserisco un articolo scritto all’indomani della sconfitta di Soru in Sardegna. Come è noto, dopo è seguita l’assemblea nazionale dle Partito Democratico che ha eletto come segretario Dario Franceschini…ma, al di là delle primarie se andavano fatte o meno, resta il problema di fondo che ho sollevato nell’articolo che segue: il ricambio delle classi dirigenti, i nuovi criteri da adottare. E non basterà far amergere il giovane di turno, magari perchè è apparso sulla copertina di Time come una promessa emergente: spesso, come ama ripetere un mio caro amico abruzzese, i “giovani” possono essere semplicemente repliche bonsai delle oligarchie che hanno dietro, perchè in quel contesto si sono formati.

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Ieri sera, parlando fino a notte fonda con alcuni amici su Skype, fra le altre cose abbiamo commentato in diretta i risultati che man mano pervenivano dallo spoglio della consultazione elettorale in Sardegna. Quando ho chiuso la comunicazione con loro, nonostante fosse molto tardi, il senso di sconforto non mi faceva dormire e così sono andato su una mailing list che abbiamo creato qualche anno fa con vecchi amici conosciuti nei primi anni ‘90 su Agorà Telematica, il mio primo provider.

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  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.