Guardiamo raramente la tv in casa, se capita la sera dopo cena e comunque sul tardi…il trash di cui ormai è satura, che non suoni snobistico, ci tiene decisamente distanti. E distanti sentiamo anche le fiction che si susseguono in questi anni, tranne quella sul Commissario Montalbano di cui, quando è stato possibile, abbiamo seguito qualche episodio.  A questa, ci sentiamo di aggiungere solo quella dedicata ad Alcide De Gasperi, interpretata dal bravo Fabrizio Gifuni.

Domenica 15 e lunedì 16 marzo, è andato in onda su Rai1 “Pane e libertà”,  sulla vita del padre del sindacalismo italiano, Giuseppe Di Vittorio. Confesso, che all’inizio temevo l’ennesima fiction edulcorata e dalle prime sequenze, ho perfino temuto che avessero mutuato qualche impostazione scenografica dall’indimenticabile Novecento di Bertolucci, probabilmente nell’intento mal celato di conferire una forza evocativa al film televisivo. Invece no, superate le prime diffidenze, ho dovuto ricredermi. Non solo per la bravura dell’interprete principale Pierfrancesco Savino, ma anche per l’indiscutibile profilo umano del personaggio che si è voluto mettere in risalto, la sua vita straordinaria, insieme alla fedeltà verso il contesto storico nel quale ha operato Giuseppe Di Vittorio. Questo dirigente politico e sindacale assolutamente atipico, che alla sua appartenenza politica al PCI, ha sempre anteposto i diritti e la dignità dei lavoratori. Sopra ogni cosa, pure contro la disciplina di partito. E infatti, si evincono bene dal film le sue posizioni “eretiche”, in contrasto con Togliatti, prima e durante il fascismo, rispetto alla politica condotta dall’Unione Sovietica…così come successivamente, nel 1956, sui tragici avvenimenti in Ungheria. Ciò che ancora oggi colpisce del personaggio, è la sua intransigente difesa dell’autonomia del mondo del lavoro dalla politica, l’affermazione di un senso dell’emancipazione sociale libera (per quanto fosse possibile) dai condizionamenti dei partiti politici. Come valore in se. Una linea di pensiero, che lo attraverserà fin dagli esordi della sua attività in difesa dei diritti dei “cafoni” pugliesi - che non abbandonerà mai nel pensiero e nell’azione -, fino a quando verrà eletto nel 1945 segretario generale della CGIL.

Reggi il resto

Gunther Wiesler, il biochimico e ricercatore tedesco che risiedeva nella Svizzera italiana, misteriosamente scomparso nel 2005.   Ex agente della Stasi (il “Ministero per la sicurezza dello stato” della Germania dell’Est), era stato licenziato da un centro di ricerche di Basilea per aver rubato dei campioni di DNA, e da mesi collaborava segretamente con un altro istituto misterioso di Colonia. In realtà, una storia di fantasia per spiegare le implicazioni pratiche della ricerca di frontiera sulle biotecnologie. L’altro marziano di Pescara, ossia l’amico Andrea Monti, ha partecipato alla fiction della Rete Televisiva della Svizzera italiana sul mistero Wiesler, riporto una parte qui sotto.


  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.