Lessico civile

Perchè un lessico e un “lessico civile”? Un lessico è qualcosa di più della sequenza amorfa di un vocabolario. E’ una combinazione di espressioni e di significati che si legano l’uno all’altro e generano un effetto d’insieme. Un lessico è fatto di testi in un contesto. Tuttavia, è qualcosa di meno di una lingua, con le sue regole e i suoi principi imperativi da cui non si può sgarrare. Il contesto non è dominato dall’autorità ma è lasciato alla libertà.
I testi legati insieme nel nostro lessico nascono in un momento in cui il loro contesto non è già bell’e dato. E’ divenuto un problema o, meglio, un compito. Nel terreno del dibattito pubblico attuale si sono aperte crepe profonde, che rendono difficile la comunicazione e la comprensione. Chi si riteneva affine, si ritrova estraneo. Vecchie tematiche scompaiono d’un tratto e categorie acquisite appaiono improvvisamente inutilizzabili; teorie e credenze collettive che si pensavano radiate si ripresentano con una forza completamente nuova; giudizi che si credevano inconfutabili vengono rovesciati ed è da prevedere l’apparizione di parole chiave, parole d’ordine, concetti e categorie finora non pensati o impensabili. E’ il “nuovo che avanza” e che, partendo dalla politica e dall’economia, ha invaso ormai anche il campo della cultura, creando per ora una babele di linguaggi con l’apparenza di un accentuato pluralismo, ma ponendo probabilmente le basi per una prossima ricomposizione conformistica nella quale la cultura sia chiamata ad essere soltanto un’ancella.
La ricostruzione di un proprio contesto è ciò per cui le forze ancora libere e sane della cultura devono oggi lavorare. Qui si tratta per loro di difendere e dimostrare la loro autonomia e indipendenza tanto dagli interessi politici quanto da quelli economici, sia gli uni che gl’altri interessati, congiuntamente o separatamente, alla determinazione di un contesto ideologico conforme alle loro aspettative.
Il nostro lessico si denomina poi “civile”, perché vuole porsi dal punto di vista della società civile. Ciò non per alimentare insostenibili contrapposizioni, ma cercare di equilibrare il baricentro dell’elaborazione culturale che da tempo è venuto spostandosi – attraverso gli strumenti di comunicazione di massa,  il loro anomalo assetto e la riduzione dei prodotti della cultura a merce in mezzo ad altre merci – dalla parte dei poteri politici ed economici forti.
Ciò che sta avvenendo può essere conforme a una visione demagogica della via collettiva nella quale alla società, mossa dall’esterno e dall’alto ma incapace di pensare e volere da se, sia attribuita una funzione solamente reattiva. Ma non è certo conforme a una visione democratica, che presuppone al contrario una società attiva, dotata di propri strumenti di elaborazione culturale e capace così di svolgere una funzione direttiva o, almeno, correttiva sulla politica e l’economia.
Questi gli intenti di una riflessione aperta, a tutto campo, che sappia ripartire dalle questioni “a monte” sul discorso pubblico, quelle di cui non parla più nessuno. Un proposta, oltretutto, “pacifica e democratica”, molto ispirata da quella che Gustavo Zagrebelsky tratteggiava nel suo bel libro “Il diritto mite” nel 1992

Mario Lusi

  • Kunt, il Marziano

  • Da "Diario notturno"

    "Al Campidoglio il sindaco si è coperto di ridicolo parlando di Roma come maestra di civiltà. Ci sono stati colpi di tosse. La gaffe era ormai irreparabile e il sindaco non ha proseguito sull'argomento, limitandosi ad elogiare il sistema planetario, alla cui scoperta ha contribuito l'italiano Galilei, col suo cannocchiale e i suoi studi sul sole. Il marziano sorrideva ed a un certo momento pare si sia chinato all'orecchio di un cardinale, che gli sedeva al fianco, per dirgli qualcosa. Quando gli hanno offerto il diploma di cittadinanza onoraria il marziano ha detto poche parole. Gli altoparlanti le hanno trasmesse ma non chiaramente. La stampa le riporta, non è niente di eccezionale, forse ci aspettavamo un maggior impegno da parte sua; ma bisogna anche tener conto della delicata situazione del marziano, che si sente ospite"
  • Perchè Ennio Flaiano e perchè il Marziano

    Oltre al forte apprezzamento per questo scrittore, come è noto anche sceneggiatore, critico cinematografico e teatrale, nonchè giornalista, davvero singolare nal panorama del '900 letterario italiano, c'è un motivo quasi "campanilistico" che negl'anni mi ha accostato a lui. Flaiano è si nato a Pescara, ma il suo nome si è poi indissolubilmente legato a Roma, oltretutto al quartiere di Montesacro dove visse dal 1952 per circa vent'anni, lo stesso, dove io da sempre ho vissuto e continuo a vivere. In ricordo dello scrittore, la Compagnia teatrale Labit nel 2003 ha affisso una targa in via Montecristo.
  • Ma il legame con Ennio Flaiano, ha anche un significato più specifico: in un lungo articolo pubblicato sulla rivista Il Mondo di Pannuncio nel 1957, Flaiano, che era capo redattore, descriveva la nascita del quartiere Talenti - limitrofo a Montesacro -, segno della frenetica crescita urbanistica, che lentamente divorava intere porzioni della campagna romana circostante. Solo un esempio eloquente, ma proprio dall'insieme di simili aspetti degenerativi di una città unica al mondo, ho mosso i miei primi passi dell'impegno civile "maturo" e costante. Invece, la scelta di "Un marziano a roma" (da "Diario notturno", ed. Aldelphi, 1979), trae spunto da Kunt, il personaggio estraterrestre narrato nel breve racconto di Flaiano, che atterrando a Roma, porta un vero terremoto innvovativo, ma, come una raffica di vento, passata questa tutto ripiomba nel conformismo piccolo borghese di una volta. Travolgendo e uniformando pure Kunt, che sogna di tornare dov'era prima, ma ciò non sarà più possibile. Bene, io pur avendo vissuto "dentro" la città e non ai suoi margini, metaforicamente continuo a preferire il non atterraggio, nel senso di non voler correre il rischio di derive conformistiche...e la cosa non riguarda solo Roma.