Le radici della deriva plebiscitaria

15 novembre 2016

Nel corso di questa campagna elettorale in vista del prossimo voto referendario, è emerso più volte il nome di Roberto Ruffilli,  consigliere tra i più autorevoli della Democrazia Cristiana per le riforme istituzionali, senatore per due legislature e tragicamente  ucciso dalle Brigate Rosse nell’aprile del 1988. Il riferimento principale, anche durante il confronto televisivo di fine settembre tra il presidente del consiglio Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky, è stato al suo libro più famoso, Il cittadino come arbitro, testo edito da Il Mulino nel 1988 fuori catalogo e purtroppo di non facile reperibilità. In un saggio breve pubblicato sul numero 28 del 2003 della rivista Scienza & Politica,  Michelangelo Bovero, professore ordinario di filosofia politica all’Università di Torino ed erede della cattedra di Norberto Bobbio, ripercorse alcune linee essenziali del progetto di Ruffilli ed il suo successivo stravolgimento. Che si è concretizzato nel tempo attraverso uno scivolamento della vita politica italiana verso forme di ‘plebiscitarismo demagogico’, il progressivo isolamento autoreferenziale del sistema istituzionale con un cittadino sempre meno arbitro e relegato ad un ruolo di distaccato osservatore esterno.

Il progetto di Ruffilli e il suo stravolgimento. Dalla democrazia matura alla democrazia degenerata.

di Michelangelo Bovero

1. Premessa: oggi, 11 aprile 2003

Come discutere di riforme istituzionali, oggi, in tempo di guerra e di terrore, oppressi dalla paura che la guerra contro l’Iraq non porti affatto alla sconfitta del terrorismo ma invece alla crescita della sua diffusione? Come riflettere sulle idee per le riforme istituzionali di Roberto Ruffilli, che da un altro terrorismo fu abbattuto, senza provare, oggi, un senso di frustrazione rinnovato e moltiplicato? Come riprendere in esame architetture per la convivenza, oggi, guardando immagini di macerie, mentre il mondo corre il pericolo di essere sbriciolato nella tenaglia “asimmetrica” dell’arroganza del più forte e della disperazione (temo) fanatizzante dei più deboli? Eppure è doveroso farlo. Perché intanto c’è chi prosegue con indifferente protervia – all’ombra, oggi, della disattenzione generale – nel suo disegno di devastazione del nostro ordinamento. E purtroppo ha le forze numeriche per riuscirci. Ma ciò non accadrà, non deve accadere, senza resistenza intellettuale e morale.

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Il ‘Sì’ sordo della classe dirigente

8 novembre 2016

Con un post pubblicato oggi su Facebook, l’amico Alfredo Morganti coglie un elemento centrale nell’evidenziare la scelta per il Si alla riforma costituzionale di gran parte dell’attuale classe dirigente italiana. Aspetto a mio avviso poco sviscerato dal fronte democratico per il No. Una scelta che una volta si sarebbe definita ‘di classe’, molto di comodo e conformista anche a prescindere dal merito di un testo di pessima fattura normativa e figlio della cultura della fretta, come di recente ha messo bene in evidenza Valerio Onida. Una classe dirigente espressione di un bubbone neo centrista, socialmente ameboide come i Luigini che Carlo Levi descriveva ne ‘L’Orologio’, ben rappresentata all’ultima Leopolda che Alfredo assume come paradigma.

di Alfredo Morganti

C’è poco da dire e c’è poco da fare. Il voto ‘Sì’, presentato via via come innovazione, cambiamento, svolta è in realtà una scelta da conservatori. Lo si intuisce da come vota la classe dirigente, quasi tutta schierata per il Sì, e che, anche quando non si pronuncia direttamente, lascia intuire come la scelta del ‘No’ impedirebbe di rimettere in moto un Paese ‘fermo’. La spinta generale delle élite (di sinistra, soprattutto) è tutta verso la retorica del ‘cambiamento’. Anche quando si afferma che la riforma è una puttanata, o è una schifezza, si dice comunque di votare ‘Sì’. È la spia di come il senso generale di chi ci dirige sia verso il mainstream renziano, per il quale ‘la sinistra ha perso, ora fatevi da parte e lasciate provare noi’. Ma che voto di innovazione è quello sostenuto quasi in toto dalla classe dirigente, ossia dai conservatori sociali più conservatori, da chi ha un grande interesse che nulla si modifichi, che gli assetti della piramide sociale non si tocchino, che i privilegi (viaggi, consumi, raffinatezze) restino, che delle minoranze apicali continuino a tenere a bada il complesso della società a partire dai settori di massima sofferenza? Non ce l’ho con le élite in sé, si badi, ma con la loro funzione conservatrice, con il fatto che non si mettano al servizio della nazione, ma della loro consolidata condizione sociale. Seguendo il mainstream.

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Quelli che vogliono continuare a bucare l’Abruzzo

8 agosto 2016

Da trent’anni tra le strade d’Abruzzo si narra di quattro grandi infrastrutture che avrebbero dovuto portare lavoro ai giovani disoccupati e garantire servizi ai camionisti che attraversano l’Italia da nord a sud. Li avevano chiamati ‘autoporti’, immense autostazioni dedicate agli autotrasportatori con punti di ristoro, bagni e anche camere per pernottare in sicurezza. Tanti soldi, perfino con l’istituzione del Fondo per le aree sottosviluppate (che sembra quasi la riedizione di una sorta di Cassa per il mezzogiorno),  appalti e promesse di assunzione, tutto finito nel nulla con autoporti vuoti o utilizzati come velodromi. Di recente, su un altro fronte, ci volevano riprovare con il terzo traforo del Gran Sasso, per fortuna non realizzato. Adesso, i soliti noti saltano nuovamente fuori con  il progetto di variante delle autostrade A24 e A25 in concessione al gruppo Toto - qui si possono scaricare gli elaborati grafici nel dettaglio di 2,4 gb. L’aspetto più sconcertante, a seguito del  parere negativo espresso pochi giorni fa dal Ministero dei Trasporti, sono le dichiarazioni rese dal presidente della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, poste a sostegno dell’ennesima grande opera inutile.

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Il domani si cambia oggi

28 giugno 2016

Dopo la lettura di Viaggio in Sardegna, Accabadora e Chirù della scrittrice sarda Michela Murgia, è stata la volta del suo ultimo libro-pamphlet Futuro interiore, di cui l’autrice parla anche nella bella intervista rilasciata sull’ultimo numero in edicola del settimanale Left. ‘Il domani si cambia oggi’, è un’espressione della Murgia che si ricollega al concetto richiamato da Antonietta Molvetti nella recensione che si pubblica sotto, sul ruolo sociale dell’intellettuale. Quel ruolo indicato da Elio Vittorini, quando negli anni ‘40 dalle pagine de Il Politecnico scriveva che doveva consistere  “non nel suonare il piffero per la rivoluzione dando una veste poetica alla politica, ma nel raccogliere tutti gli stimoli culturali che la società offre, per rinnovarla dal profondo”. Ma Futuro interiore, considerato dall’autrice una ’specie di testamento’ inteso come eredità per la sua tensione verso le generazioni future, parla anche della bellezza come categoria politica, degli spazi pubblici  che vengono privatizzati e invece esistono esempi - magari isolati - di come potrebbero essere luoghi di condivisione democratica dei linguaggi. Il libro parla infine del potere declinato al femminile che non è verticalizzato, personalizzato, ma condiviso e partecipato. La recensione di Antonietta Molvetti, “napoletana, lettrice compulsiva, sposata e madre ormai a tempo perso”, come lei stessa si definisce, è tratta dal portale web Medium.

di Antonietta Molvetti

Non ho mai fatto mistero della mia simpatia per Michela Murgia.Tra i suoi romanzi preferisco -per uno scarto minimo-Accabadora a Chirù, sebbene sia la Murgia dei saggi che, in assoluto, prediligo . Non mi stancherò mai, infatti, di consigliare “Ave Mary. E la chiesa inventò la donna” del 2011, Einaudi edizioni, a chi voglia approfondire il ruolo femminile nella elaborazione della dottrina cristiana cattolica romana. Aggiungo ora, alla lista di suggerimenti, l’ultimo suo libro: “Futuro interiore”, sempre per l’editore Einaudi.

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Le bandiere della sinistra raccolte dal M5S e lo svuotamento della democrazia rappresentativa

22 giugno 2016

In un’intervista rilasciata ieri a Il Manifesto, il sociologo Giovanni Semi sostiene che “Ci sono due Cinque Stelle, uno a livello nazionale molto opaco nelle dinamiche interne e problematico rispetto alle categorie classiche destra-sinistra, e c’è un livello locale più autonomo, a Torino hanno un registro più di sinistra che non hanno altrove, probabilmente per la saldatura con il movimento No Tav”. E’ sicuramente  vero, anche se a mio avviso varianti esistono pure nelle città, nei piccoli centri e nei paesi dove il movimento si è affermato. Perché nelle realtà locali spesso hanno pesato molto le diverse sensibilità e provenienze politiche, insieme alle evidenti ambiguità che hanno caratterizzano alcuni suoi esponenti locali. Di quelli, per intenderci, la cui disinvolta intercambialità politica unita al qualunquismo della peggiore specie è vocazione primaria. Ma nel complesso, resta un dato di fondo rintracciabile fin dagli albori, da quando Beppe Grillo nei suoi spettacoli portava ciò che aveva mutuato - a volte in modo strampalato - dalla galassia eco pacifista, dal movimento antinucleare, dalle esperienze individuali e collettive del consumo consapevole (i Gruppi di acquisto solidale preesistono al M5S), dal nascente mondo della Rete - anche questo preesistente a Grillo e al M5S.

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